Scomparire: autosostenibilità, punto di arrivo

Questo articolo è dedicato, in modo leggero e rimandando eventuali approfondimenti a precise richieste, anche progettuali, alla nostra deliberata scomparsa dal contesto urbano.
La vita nelle città, ed oggi anche in quelle di medie dimensioni, diventa sempre più difficile, non tanto e non solo per le restrizioni liberticide, ma anche per la difficoltà negli spostamenti, nel mantenere un lavoro stabile, per i costi sempre più elevati dei generi di prima necessità e per le tensioni sociali in aumento.
In queste righe traccio quindi alcune linee fondamentali dedicate a chi intende cambiare vita, offrendo sin d’ora la collaborazione di Decumanus Ingegneria Sostenibile per l’individuazione di siti acquisibili a condizioni economiche vantaggiose, per le verifiche normative, per la stesura progettuale e per l’esecuzione delle opere necessarie.
L’ho scritto in innumerevoli occasioni: la Penisola pullula di borghi abbandonati e di realtà agricole dismesse, che è possibile far rivivere. Non illudiamoci: ciò costerà fatica e denaro, e l’impresa riuscirà solo se sorretta da un intento veramente saldo.
Siamo seri, non illudiamoci di essere in grado di creare mattoni in modo naturale, cuocere il pane, accudire l’orto, costruire un ponte in una settimana, un mese, un anno.
Dedichiamo invece le nostre energie ed il nostro intento al lavoro su progetti comunitari, mettendo a disposizione le nostre conoscenze ed apprendendo nuove abilità.
Uno degli obiettivi prioritari, da strutturare addirittura a livello progettuale, è quello di conseguire l’autosufficienza energetica, per essere indipendenti da forniture che possono costituire un’arma di ricatto.
Sfruttare l’acqua piovana e quella corrente, il calore del sole e quello della terra per ottenere luce e forza motrice, utilizzare materiali locali impiegandoli correttamente per ottenere materiale da costruzione, isolamenti termici piuttosto che piastre di cottura.
La differenza sostanziale rispetto ad analoghi progetti sviluppati in passato è che vivere oggi in un progetto di comunità significa che molto probabilmente il lavoro in città, con tutte le certezze che offriva, dovrà essere abbandonato, e non solo per le difficoltà di spostamento.
Nella fase di trasformazione che ci attende sarà sempre più difficile mantenere un lavoro esterno alla comunità che sia apportatore di denaro.
Ma, e qui estremizzo per arrivare subito al dunque, uno degli obiettivi di questa fase di trasformazione sarà proprio quello di riuscire fare a meno del denaro. E non è detto che il periodo di transizione debba essere lungo.
Vi saranno quindi notevolissime differenze fra una comunità, come poteva essere ipotizzata in passato, di contribuzionismo, ed una basata sull’autosostenibilità.
La prima, legata ormai al passato, era produttrice di abbondanza attraverso i proventi delle attività esterne, la seconda invece, rinchiusa su se stessa e spesso attanagliata da problemi di sopravvivenza, diventava limitante e soffocante suscitando tensioni fra i membri che, spesso, gettavano la spugna andandosene. Infatti la contribuzionista era una comunità tendenzialmente stabile mentre nell’autosostenibile il ricambio era mediamente elevato.
Tanto è vero che precisi criteri economici affermano come, per la comnità autosufficiente, sia necessario creare riserve pari a cinque volte il fabbisogno: consumando 1, cioè il fabbisogno, ed eventualmente 2 in caso di necessità, 3-4-5 vengono resi disponibili per vendita, cessione, scambio.
Non siamo abituati ad un siffatto modello di vita, ed occorreranno molto tempo e molti sforzi per arrivare a ritenerlo normale, considerando le persone, e non il denaro, al centro del nuovo modello di vita.
Senza illusioni: nemmeno in Antartide è possibile sfuggire a qualsivoglia forma di controllo governativo. Si tratta di tenere un adeguato profilo.Esaurito l’antefatto, vediamo dove scomparire. In campagna o in media montagna, è ovvio. Escludo, da questo contesto, località marine semplicemente perché non esiste un metro di costa che non sia urbanizzato, o invivibile a causa di accidenti orografici, o indisponibile per concessioni o ragioni demaniali.
L’interno della penisola abbonda di località abbandonate che potrebbero essere vantaggiosamente recuperate, nel rispetto delle norme edilizie per evitare inutili contenziosi e, a titolo puramente esemplificativo, ne indico una, dal nome evocativo: la valle dei mulini perduti.
Si trova nella splendida cornice della Val Manubiola, parte del comune di Berceto, nell’Appennino parmense, ed arrivarci, a piedi poiché non vi sono altre possibilità, costituisce un percorso magico che si snoda nei boschi di castagni alla scoperta di cinque antichi mulini dismessi ed ormai preda delle nebbie di una memoria perduta e dalla vegetazione.Aiutati da antiche mappe, risalendo da un rio all’altro, si potranno ricostruire dighe, canali, gore o bottazzi, le cisterne dalle forme particolari, ed i meccanismi di funzionamento a ruota esterna od a cucchiai interni.
A poca distanza, raggiungibile per una tortuosa strada che attraversa Ponte Manubiola risalendo, dopo alcuni tornanti, il percorso del torrente stesso ed attraversando il villaggio di Bergotto troviamo Corchia, frazione di Berceto, adagiato ad un’altitudine di 650 metri sulle pendici del Monte Groppo Maggio.
Il suo fascino è legato alla cornice naturale, costituita da monti e boschi di castagneti e dall’atmosfera medievale che ha saputo mantenersi inalterata nel tempo. Castagne e funghi rendono famoso il borgo poiché per secoli furono la base del sostentamento economico, unitamente all’attività estrattiva di rame, ferro, zinco e feldspato dalle miniere situate tra il Monte Binaghè e il torrente Manubiola, chiuse nell’anno 1943.

Alberto Cazzoli Steiner