Rischio sismico in Veneto: facciamo chiarezza

L’articolo  In Veneto alto rischio di terremoti terribili, bisogna intervenire subito pubblicato ieri dal quotidiano Il Gazzettino ha suscitato un’ondata di allarme e paura fra gli abitanti della regione.
Del resto questo, unitamente ad incentivare la corsa ad individuare professionisti ed imprese in grado di far accedere al sismabonus, era lo scopo.
Nella loro qualità di soci dell’Istituto Veneto di Lettere Scienze e Arti di Venezia i professori Carlo Doglioni, docente di Geologia alla Sapienza, e Giorgio Vittorio Dal Piaz, docente addirittura emerito di Idrodinamica all’Università di Padova, hanno ricordato il terribile terremoto del 1976 per affermare che bisogna intervenire immediatamente su edifici pubblici e privati poiché «Il Veneto ha delle aree ad alta pericolosità sismica e si deve subito perseguire una precisa azione di conoscenza e prevenzione, cominciando dagli edifici pubblici strategici, scuole, ospedali, strutture a rischio rilevante e beni culturali. I cittadini devono essere stimolati a utilizzare il sisma bonus per rendere la propria casa sicura.»I due, pur studiosi ed esperti, hanno scoperto l’acqua calda: la mappa veneta del rischio sismico fissa indici alti in tutta l’area pedemontana oltre che a Padova, Alpago, Montello, Valdobbiadene, nella fascia che dall’Alto Trevigiano si estende al Friuli, nell’area settentrionale gardesana e nella Lessinia orientale.
Per saperlo è sufficiente leggere ciò che riferiscono cronache medioevali e libri di storia, confermato dalla storia sismologica recente, specialmente quanto alla zona tra Belluno e Treviso, interessata da fortissimi sismi nel 1695 e nel 1873.
Le stratificazioni e le conformazioni orografiche del Veneto sono notoriamente più recenti rispetto a quelle delle regioni centrali della Penisola, ed è sufficiente considerare come la Penisola stia ruotando in senso antiorario spostandosi di cinque millimetri annui verso i Balcani, in corrispondenza del medio Adriatico, mentre il Triveneto si avvicina all’Austria di due millimetri annui, situazione che, anche se da prendere con beneficio di inventario, è puntualmente riferita dalla mappa della Protezione Civile veneta.
Quello che invece non bisogna in nessun caso dimenticare sono le manovre attuate in passato da una certa politica al fine di ricomprendere alcuni comuni in classificazioni sismiche di rischio più moderato rispetto alla realtà, al fine di varare regolamenti edilizi meno vincolanti. Intendiamoci, non si tratta di un malcostume solo veneto: L’Aquila figurava nella seconda categoria, quando avrebbe dovuto essere nella prima.
E sia chiaro: è possibile prevedere i terremoti con ampio margine ed in linea di massima allorché viene valutata un’area vasta in base alla fenomenologia storica, alle caratteristiche geologiche, ai corsi delle acque sotterranee, ai movimenti strumentali ed a tutti i parametri che normalmente vengono considerati in sismologia, ma è assolutamente impossibile farlo ad horas per avere un margine sufficiente ad evacuare la popolazione.
Ogni tentativo di creare modelli previsionali è fallito: numerosi rimangono i terremoti annunciati da uno sciame sismico, mentre altri sono preceduti dall’assoluta normalità delle dinamiche di area.
Ma, se i terremoti non possono essere previsti, è però possibile strutturare modelli organizzativi efficienti per affrontarli nel modo migliore. E la statistica, in tal senso, è molto d’aiuto poiché può mettere in guardia in base alle ricorrenze.
Come stima prudenziale vale, in ogni caso, la consapevolezza del rischio e dei possibili effetti sugli edifici, ma senza inutili allarmismi e, prima di acquistare un immobile, verificarne la staticità in base allo stato di conservazione, delle tecniche costruttive e dei materiali utilizzati, ed avere cognizione del grado di rischio sismico del territorio.
Nella regione veneta sono considerate tre categorie sismiche: e il disegno sottostante illustra con chiarezza le differenze territoriali.La normativa nazionale ha ripartito il territorio in quattro categorie sismiche, a rischio elevato 1 e 2, medio nella 3 ed a basso rischio la 4 e, sotto il profilo normativo, gli edifici costruiti nelle diverse zone devono tener conto di un’accelerazione ipotetica di gravità più alta nelle Zone Uno e Due, e più bassa nelle Zone Tre e Quattro.
Più in dettaglio, poiché secondo la normativa e sulla base dei dati statistici delle diverse aree, gli edifici costruiti nell’ultimo quarto di secolo devono – salvo errori di calcolo o carenze normative come a suo tempo avvenuto per i capannoni emiliani – reggere un ipotetico sisma considerando che le strutture portanti di un immobile non dovrebbero subire interventi manutentivi nel primo cinquantennio di vita, se ne deduce che terremoti in grado di danneggiarli seriamente, ma salvaguardando l’incolumità degli occupanti, dovrebbero verificarsi una volta ogni 475 anni.
Naturalmente è sempre bene premunirsi contro quei terremoti che non sanno nulla di statistica.
Salvo casi particolari, le tecniche costruttive nostrane sono ben lontane da quelle californiane o giapponesi, che fanno sì che gli edifici resistano senza problemi a terremoti di ottavo e nono grado della scala Richter. Ed il Veneto, infine, stando al parere di esperti del settore, deve comunque recuperare un deficit di protezione, particolarmente significativo relativamente agli edifici pubblici: almeno la metà abbisogna di interventi.

Alberto Cazzoli Steiner