È tempo di ecovillaggio

Approfittare del momento per cambiare prospettiva di vita, fuggendo non tanto dall’immondo virus quanto dalle mezze facce di chi impesta l’aria con i feromoni della schiavitù e della paura scegliendo di non vivere.
Concluso il tempo dell’isolamento sull’Aventino del buen retiro non si tratta più, semplicemente, di andare a vivere in campagna perché, ora più che mai, è necessaria un’assunzione collettiva di responsabilità nei confronti di noi stessi, del pianeta, del futuro.Case, boschi e borghi abbandonati possono riprendere vita, grazie alla trasformazione in ecovillaggi in grado di rompere con gli schemi della sempre più evidente e pericolosa follia urbana e dell’isolamento, sperimentando il piacere di CondiVivere attuando progetti di vita comunitaria ispirati a concetti di crescita interiore, sovranità alimentare e ricchezza interiore.
Per iniziare è sufficiente una cascina anche di soli 500 metri quadrati, terra quanto basta per impiantarvi un orto destinato all’autosostentamento, e ben vengano pascolo, vigneto, frutteto, uliveto a seconda dell’estensione territoriale e delle caratteristiche ambientali.
Sono inoltre indispensabili tanta buona volontà di darsi da fare ed un minimo di esperienza in un ambito specifico, purché funzionale alle esigenze comunitarie.
E se la stradina per arrivare all’ecovillaggio fosse ignota ai gps, tanto di guadagnato.
Prima di partire occorre riordinare le idee, ripensare profondamente alla propria scala di valori e stilare un documento scritto che compendi i progetti da realizzare entro un biennio, entro un quinquennio ed oltre il quinquennio.
Le modalità, pur considerando che l’avvio sarà mosso più dalla passione che dalla programmazione, e guai se così non fosse, sono sostanzialmente due, con una variante:I promotori sviluppano il progetto ed acquistano immobile e terreno per poi accogliervi coloro che, informati dell’offerta, entreranno a far parte dell’ecovillaggio acquistandone le quote: un po’ come un’impresa di costruzioni che vende sulla carta un’immobile in cooperativa.
I promotori sviluppano il progetto proponendolo a persone tra le quali individuano i futuri compagni di viaggio, ed insieme con loro ricercano ed acquistano immobile e terreno, tenendo presente che – anche per testare la concretezza economica dei partecipanti e per non lasciar raffreddare l’intento – la cascina dovrà essere individuata ed acquistata entro pochi mesi, al massimo un anno: lo stile è quello dei gruppi di acquisto solidale, specificatamente dei gat, gruppi di acquisto terreni.
I promotori lanciano l’idea indicando un’area geografica di massima e, congiuntamente alle persone che risponderanno in modo positivo, creano il progetto mediante modelli tematici che saranno oggetto di discussione, condivisione ed approvazione: a Milano conosco gente che da dieci anni, tra un aperitivo e l’altro al Patuscino o da Radetzky, progetta il proprio ecovillaggio.

È evidente come io parli di acquisto, di mutuo se necessario, di mettere comunque mano al portafogli e rifugga le dinamiche dell’assegnazione, del comodato, della genuflessione a qualsiasi autorità, camarilla o carrozzone pubblico con le sue logiche partitocratiche di spartizione, di convenienza, di appropriazione. Per la medesima ragione non prevedo l’opzione okkupazione, che volentieri lascio ai fricchettoni, pasdaran ideologici dell’attuale compagine governativa.
Il passo successivo consiste, contestualmente all’acquisto dell’immobile secondo modalità e tempistiche ben note a commercialisti e notai, nel costituire un’azienda agricola, magari in forma di cooperativa ed in grado di beneficiare delle agevolazioni pertinenti alle aziende che si propongono come innovative.
A latere sarebbe buona cosa fondare un’associazione di promozione sociale, per poter disporre dello strumento che consenta lo sviluppo di attività sostenibili di vario tipo e per avviare progetti solidali.
I lavori di recupero dell’edificio, al quale con il tempo se ne possono affiancare altri, acquistati o costruiti ove ne ricorrano le possibilità normative, possono anche essere realizzati ricorrendo all’auto-costruzione.
Rammento, a questo proposito, che le case prefabbricate in legno e le yurte mongole godono di un buon successo proprio per la loro modularità e l’assenza di pesanti vincoli normativi che presiedono alla posa in un contesto agricolo.
La struttura, una volta a regime, dovrà essere in grado di poter accogliere ospiti facendoli sentire a proprio agio nel contesto di una spartana confortevolezza e, ancor più importante della decisione se coltivar patate o allevare conigli è l’aspetto relazionale, poiché è dalla qualità delle relazioni che dipende il successo dell’iniziativa.
Un percorso tutto in salita, specialmente per chi non ha mai vissuto in un gruppo ristretto e coeso ove accettazione, condivisione degli intenti e fiducia costituiscono i fondamenti.
La consapevole gestione dell’aspetto relazionale è portatrice di entusiasmo e benessere poiché permette il confronto su molteplici tematiche, rivedendo rapporti e valori con tutto ciò che è parte del contesto: animali, bambini, manualità, energie rinnovabili, ideologie, pigrizie, paraculaggine, sindrome del ducetto, farsi prossimo in un confronto costante dal quale scaturiscono una profonda revisione dei propri schemi e un indissolubile senso di comunità e fratellanza.
Ben lo sanno i vecchi Israeliani pionieri dei primi kibbutz nei quali l’attività, oltre a strappare superfici coltivabili ad un terreno ostile, e ad irrigarle, consisteva nel difendersi da assalti ed atti terroristici: iconica è la figura del colono di quell’epoca, che impugna la vanga portando lo Sten ad armacollo per proteggere se stesso e la propria famiglia allargata.
Avvertenza: incomprensioni, fraintendimenti ed incapacità di esprimere opinioni e desideri possono creare grosse difficoltà a tutta la comunità, che deve essere addestrata a riconoscere e comprendere quando un soggetto sta vivendo una fase problematica. Difficile? Sicuramente, ma stiamo parlando di un ecovillaggio, altrimenti restate in un condominio dove a malapena le persone si salutano e vi guardano male se non indossate la mordacchia.
Nell’ecovillaggio non c’è spazio per la democrazia rappresentativa, per le deleghe in bianco, per le campagne elettorali. Deve essere ben chiaro chi fa che cosa e tutti si incontrano almeno una volta alla settimana, suddivisi in gruppi tematici operativi, comunemente detti cerchi, ed almeno una volta al mese viene organizzata una riunione plenaria dove ciascun cerchio riferisce sullo stato dell’arte: scorte di cibo, coltivazioni in corso, manutenzione del territorio, degli edifici, dei macchinari e delle attrezzature, relazioni commerciali con altre strutture, educazione dei bambini, questioni finanziarie e via enumerando.
Vista l’aria che tira e l’aumento dei nuovi camminanti ci sarebbe da dedicare un capitolo alla difesa, ma ne parliamo un’altra volta.Deve essere compreso ed accettato, ancora prima di iniziare, il fatto che progetti di questo genere non prevedono né l’aiuto degli unicorni del bosco né quello della fatina buona del sergente Hartman. Soprattutto coloro che si accostano alla realtà dell’ecovillaggio nel convincimento arcadico che tutto vi si svolga a meraviglia devono lavorare sui concetti di disciplina, auto-responsabilità, consapevolezza dei propri spazi e di quelli altrui. E sull’accettazione del fallimento.
L’ingresso di nuovi membri, anche di quelli a permanenza temporanea come gli ospiti, presupporrebbe un incontro corale per l’accoglienza e l’illustrazione delle regole.
Non si deve mai perdere il focus sul fatto che l’ecovillaggio sia… un eco-villaggio. Deve essere pertanto posta notevolissima attenzione al contenimento degli sprechi e al riciclaggio dei materiali, oltre che alla produzione ed all’uso delle energie: fotovoltaiche piuttosto che idroelettriche, ed al cibo, inteso nel senso delle sue modalità di produzione, biologiche piuttosto che biodinamiche, o di acquisto ove necessario, agli animali che vengono allevati per consumo, commercio, concimazione e, nel caso di ovini, come latteria e tosaerba.
Un aspetto da tenere nella massima considerazione, e che spesso viene invece trascurato, è la riduzione dell’elettromagnetismo evitando di indulgere all’abuso di telefoni cellulari e computer, pur nel rispetto delle eventuali attività lavorative che taluni singoli possono svolgere connessi da casa. Un discorso a parte meriterebbero i televisori, sui quali non spreco parole poiché è nota la mia posizione al riguardo.
Condivisione ed arricchimento esperienziale passano anche attraverso l’ospitalità. L’ecovillaggio non è una comunità chiusa ma accoglie corsi, manifestazioni ed eventi organizzati al proprio interno oppure da persone, gruppi, associazioni che propongano temi legati ad agricoltura, allevamento, storia ed antropologia, benessere psicofisico, sciamanesimo, artigianato, erboristeria, cucina e via enumerando purché sempre in chiave ecosostenibile e finalizzata a creare, anche all’interno delle persone, un ecosistema relazionale sempre più ricco di contenuti all’insegna di quella biodiversità creatrice di benessere.
Gli aspetti economici sono fondamentali, in una comunità che vuole essere fiorente e non vivere all’insegna di un pauperismo ormai superato dalla storia, e non va trascurato il fatto che un’esperienza di cambiamento, per essere straordinaria, deve essere correlata al territorio sul quale insiste, deve aiutare le persone nella vita quotidiana, deve ritrovare luoghi di socialità e, per essere accettata dagli abitanti storici del paese o del borgo – guai a chiamarli normali, è un ecovillaggio, casa e impresa, non un anacronistico centro di meditazione frequentato da spocchiosi fighetti – potrebbe costituirsi come vetrina del territorio, in grado di fare promozione turistica facendo conoscere e valorizzando, oltre alla storia attraverso lo sviluppo di itinerari adeguati, ospitalità, ristorazione, attività artigianali, artistiche promuovendone gli attori territoriali: il sellaio piuttosto che l’intagliatore o il fabbro, la trattoria piuttosto che l’agriturismo, la casa vinicola, il chiropratico.
Anche impiantare e gestire un’area pic-nic, definire un percorso che porti in un punto balneabile del fiume, del lago, al canyon sotto la cascata, al punto giusto per ammirare tramonti, alla camminata nel bosco, ovvero sponsorizzare gli eventi organizzati dagli altri esponenti del contesto territoriale di riferimento porta bellezza, possibilità di guadagni e, cosa più importante di tutte, significa essere parte del territorio e delle sue dinamiche e non, come spesso è avvenuto, “quei tipi là che vivono nel bosco”.
Speriamo di avere già toccato il fondo, poiché solo così sarà possibile risalire lanciando messaggi concreti, soprattutto a chi verrà dopo di noi, e lottando per fare la differenza. E l’ecovillaggio, in un mondo messo sempre peggio, rappresenta questa differenza. Del resto iniziai a scriverlo anni fa (cercare su cesec-condivivere.myblog.it) che sarebbero state le piccole comunità a salvarci dal Medioevo prossimo venturo.
Ecco, il Medioevo non è più venturo, è fra noi.

Alberto Cazzoli Steiner

Non ci è bastato: torneremo alla normalità

Non entro nel merito di scenari politici, complotti o vicende degne di Cassandra Crossing (non è questa la sede), se non per affermare come la pandemia tuttora in atto sia figlia della normalità.
Sotto molteplici aspetti sono state proprio la normalità e la banalità del male fatte di trascuratezza, pigrizia, omissione della vigilanza in nome della comodità, a condurci dove siamo arrivati, a questo livello omicida per l’ambiente e per la nostra specie.
Temo inoltre che, passata la paura e ad onta delle attestazioni verbali, la maggior parte dell’umanità non intenda cambiare stile di vita, non sappia e non voglia darsi da fare per costruire un mondo migliore.Il tema di questo scritto, da me numerose volte affrontato come attesta la selezione bibliografica in calce, è il consumo del suolo: espressione tanto efficace quanto impropria poiché il suolo non si consuma, ma cambia uso attraverso i processi di trasformazione dalle funzioni agricole o naturali a quelle urbane.
Nella sola Lombardia, regione che possiede le terre più fertili in assoluto e contribuisce per il 18% al prodotto agroalimentare nazionale, dal 1999 ad oggi sono andati perduti oltre 79mila ettari con la provincia di Monza e Brianza in un’inscalfibile posizione di assoluto rilievo.
È nota la nostra posizione a favore del riutilizzo del suolo, non solo in ambito urbano e pur nella consapevolezza che ciò non sia sempre possibile neppure a favore del ripristino a verde, causa sostanze tossiche massicciamente sversate da aziende che, dopo aver operato in modo criminale, hanno chiuso per fallimento o delocalizzazione, lasciando un’insostenibile gravame ambientale e sociale.
Gli esempi non mancano, dalle Fonderie e smalterie Genovesi di Latina all’ex polo chimico di Pioltello, dalle acciaierie di Cornigliano all’Ilva di Taranto, dalle Cokerie di San Giuseppe di Cairo a Marghera, dai Cantieri dell’Adriatico di Monfalcone a quel che resta della SIR di Rovelli o della Breda a Sesto San Giovanni. E mi fermo qui perché l’elenco farebbe invidia a quello telefonico.
A legare idealmente le diverse storie c´è il miraggio dell´occupazione, pompato da politici ignoranti e corrotti, sogno che costantemente si infrange dopo che le aziende, indecenti idrovore di denari pubblici in forma di sovvenzioni ed incentivi, cessano l’attività e spariscono lasciando cassa integrazione, finché dura, insanabile devastazione del territorio e morti per tumore.
Prendiamo l’operosissima Lissone, già faro illuminante della Brianza che lavora: perduti da tempo gli scettri di comune con il maggiore consumo di cocaina e di capitale del mobile, mantiene però saldamente, con un’aliquota del 76,1%, quello della più elevata percentuale di suolo consumato, e risulta prima in Lombardia.
Sul tema del consumo del suolo si sono affollati convegni con dati, considerazioni, esortazioni e moniti ma va detto che la coscienza ecosostebibile non abita qui: nel recente passato Arca Lombardia varò il Progetto SUOLI, Superfici Urbanizzate Opportunità di Lavoro per le Imprese, tendente a favorire l’incontro fra il mondo imprenditoriale e le amministrazioni locali per sviluppare nuove opportunità di lavoro attraverso il recupero delle aree urbane dismesse e sottoutilizzate. Adesioni: zero.
Purtroppo, è un dato di fatto: l’eccesso di cemento inquina le vie respiratorie, le anime, l’autostima e i cervelli, consumando la natura al ritmo di tre metri quadri al secondo, portando la quota di territorio coperto da strade, case, industrie, parcheggi e via enumerando al 7,72%.
Vale a dire 23.263,29 km² su 301.338 di superficie nazionale e quasi il doppio rispetto alla media europea assommante al 4,3%.
Le percentuali più alte? La minuscola Liguria con il 21.09% di territorio compromesso, la Lombardia con il 18,02, la Campania con il 17,92 ed il Veneto con il 15,03.
Aggiungiamo almeno il 50 per cento delle coste irrimediabilmente perduto e il desolante quadro è completo.
A dimostrazione del fatto che la situazione non interessa a nessuno, si sente parlare in questi giorni, con ossessiva frequenza e con toni da tregenda, della crisi che attanaglierà edilizia e mercato immobiliare.
Ho letto relazioni, ascoltato opinioni, analizzato statistiche e proiezioni e, secondo me, non sarebbe il caso di parlare di crisi ma di temporanea stagnazione.
Sarà che io non dimentico il malvezzo che originò trascorse crisi: valori di perizia gonfiati del 120 ed anche del 150 per cento al fine di ricomprendervi il costo dell’immobile, del notaio e persino dei mobili, giungendo addirittura a falsificare le buste paga per avere la capienza del mutuo.
Possedere una casa fa parte della mentalità nazionale e questo dato contribuisce non poco a muovere il comparto dell’edilizia, unitamente al fatto che, akashicamente povero, l’italilandese cerca la casa nuova, che alla fine trova in quartieri dormitorio, più o meno eleganti, collegati dalla solita ragnatela di tangenziali e corredati dall’onnipresente centro commerciale.
E tutto ciò consuma suolo in modo imponente e senza ripensamenti o ritegno.
E concludo con un’annotazione personale. Sono un professionista, cerco di svolgere il mio lavoro nel migliore dei modi, attento alle istanze sociali ed all’ecosostenibilità senza prostituirmi a iniziative che contrastano con il mio senso di integrità.
E rilevo come tale modalità mi conduca sempre più fuori dal coro dei belanti. A me va bene così.

Alberto Cazzoli Steiner

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
2014.03.04 – Carletto guarda: le Apuane! Dove papà? Non le vedo
2016.09.02 – Pole position per Monza e brianza: nel consumo del suolo
2017.02.24 – Consumo del suolo: quando il riuso non è possibile
2019.10.24 – Stiamo perdendo terreno: mai così allarmanti i dati sul consumo del suolo

Decumanus: il futuro è nelle piccole comunità

Ogni tanto fa bene arrampicarsi sulla sommità di un colle, e volgere lo sguardo al cammino compiuto.
Ma, bevuto un sorso d’acqua e controllati lacci degli scarponcini e spallacci dello zaino, ancora più utile è riprendere il sentiero.
Abbiamo iniziato, con un intento giocoso e senza troppa convinzione, nella primavera del 2013 a scrivere di progettazione sostenibile, energie rinnovabili e consumo del suolo privilegiando il ruolo delle piccole comunità ed oggi inauguriamo il sito Decumanus, che aggiungendosi a CondiVivere si occuperà precipuamente di soluzioni tecniche, progettazione, bioedilizia, energie a basso impatto e antisismica.
Abbiamo deciso di affidare al ricordo ed alla gratitudine il primo articolo del nuovo sito, optando per Quando l’acqua non muore: la scelta di Rochefort, pubblicato il 30 ottobre 2013 sul nostro primo blog, cesec-condivivere.myblog.it, da alcuni anni attivo solo come archivio.
Un articolo che ci è particolarmente caro, attualissimo e che in questi anni ha accompagnato le nostre scelte progettuali in materia di contenimento energetico all’insegna del basso profilo. Vi abbiamo oltretutto rinvenuto ottimi spunti in relazione all’attuale difficile momento.
Buona lettura.«Nelle piccole Comunità le idee nascono per essere applicate. E noi pensiamo che il futuro risieda nelle piccole Comunità autonome ed autosufficienti, pur se fra loro interconnesse.
L’acqua, ormai definita oroblu, costituirà sempre più un bene primario e dovrà essere messa al riparo dalle mani adunche della speculazione internazionale, in special modo se camuffata con il vestitino etico. Non con bombe, barricate o manifestazioni di piazza destinate ad essere strumentalizzate, bensì con l’unica arma veramente rivoluzionaria: il notaio.
Si, proprio quel professionista che serve a stilare gli atti necessari a costituire associazioni, consorzi, società. Per entrare legalmente nel sistema attuando interventi di finanza etica attraverso società, niente affatto marginali, di proprietà dei diretti utilizzatori dell’acqua. Vale a dire i cittadini di comuni, comprensori, aree territoriali più o meno estese.Cesec-CondiVivere 2013.10.20 Rochefort 002E che l’acqua non rappresenti solo un costo ma un utile potenziale persino nei suoi utilizzi apparentemente marginali, lo dimostra un’iniziativa partita sperimentalmente due anni fa nella città francese di Rochefort e che oggi conferma la validità della scelta di trasformare il costo di un depuratore delle acque reflue in risorsa per la collettività.
Ricordate quando i nostri nonni ci insegnavano che buttare è sbagliato? Bene, nella città francese affacciata sull’Atlantico hanno pensato bene di non buttare nemmeno… la cacca, Evitando di fingere che la recessione non esista ed aguzzando l’ingegno poiché i soldi erano pochi, quell’amministrazione comunale ha pensato a come mutare le difficoltà in opportunità trasformando i costi di un depuratore in introiti per la collettività. Va detto che il costo di depurazione delle acque reflue, generalmente piuttosto alto, è quantificabile in circa 60 euro annui pro-capite.A Rochefort, presso il fiume Charente, hanno quindi realizzato un impianto che depura le acque con la tecnica detta del lagunaggio: prima di raggiungere il fiume i liquami passano attraverso un sistema di bacini dove vengono ripuliti utilizzando luce solare e degradazione batterica; infine vengono fatti fermentare per produrre gas. Da ultimo acque e fanghi vengono separati.
Questo sistema ha ridotto dell’85% i consumi energetici rispetto ai depuratori tradizionali; i silos per la fermentazione dei fanghi posti a valle del sistema producono gas per autotrazione, venduto tramite distributori allestiti presso l’impianto medesimo generando in tal modo introiti per la collettività.Cesec-CondiVivere 2013.10.20 Rochefort 001Esaurita la notizia veniamo ora alla nostra realtà e, per un attimo, immaginiamo che esista una legge che consente l’utilizzo di detersivi, saponi e shampoo solo se biodegradabili al 100%. In questo modo anche i residui solidi potrebbero essere utilizzati senza nessun problema.
Non è impossibile, perché già oggi sono disponibili prodotti per l’igiene biodegradabili completamente e il loro costo, leggermente più elevato in ragione della relativamente modesta diffusione, diminuirebbe sensibilmente in ragione di un utilizzo massiccio, e verrebbe inoltre compensato ampiamente dai vantaggi economici derivanti dal binomio risparmio energetico + introito di un sistema come quello in uso nella cittadina francese.
Aggiungiamo che a Rochefort l’acqua è un bene comune e tale è rimasto, in barba ai furbetti, alle società multiutility colluse con le multinazionali speculative ed ai trasformisti capaci di dire contemporaneamente no ma anche sì.
E’ la dimostrazione che ha senso privatizzare il servizio idrico, facendo però in modo che tale privatizzazione sia pubblica, vale a dire che i soci della società proprietaria dell’acqua a livello di distribuzione locale siano i diretti fruitori. Non è affatto una contraddizione se tale atto, compiuto secondo le regole e le possibilità offerte dalla legge, costituisce una forma di autodetrrminazione ben più rivoluzionaria ed efficace di rivolte o blocchi stradali: rompe il sistema usando le regole stesse del sistema.
Acquistare l’acqua per salvare l’acqua non diventa più solo uno slogan, ma la dimostrazione che è possibile. I nostri Comuni devono solo modificare il proprio statuto inserendo una volta per tutte l’acqua come bene primario della comunità, appoggiando e sostenendo le iniziative tese a preservarla da speculazioni. Contribuendo così a cancellare quel capitolo dolente che, nel nostro non-paese, viene mal-inteso come sviluppo, parola usata ed abusata spesso in abbinamento a pil.»

Alberto Cazzoli Steiner