Ecobonus, da magnamagna a pianto greco

L’esperimento è riuscito: chi di dovere ha inequivocabilmente compreso che la gran massa degli italilandesi è costituita da beoti ai quali è possibile far bere qualsiasi intruglio. Strappiamo perciò il Velo di Maya e diciamolo apertis verbis: l’ecobonus è la manna dal cielo, è grasso che cola per imprese, professionisti e banche. E persino per lo stato, maestro del gioco delle tre carte che grazie a norme incomprensibili, contraddittorie, incomplete, soggette ad interpretazione, nella circostanza de quo se ne sta, come i malfattori delle vignette de La Settimana Enigmistica, acquattato dietro l’angolo, pronto a randellare il malcapitato cittadino in errore, revocandogli il beneficio e comminandogli sanzioni da levare la pelle.L’ecobonus, alla prova dei fatti e non temo smentite, è un solenne imbroglio, che si presta ad incertezze, dubbi, potenziali perdite economiche, abusi: e il trainante, e il 60%, no il 58, no 71 l’omm e mmerda, 90 la paura. E che cazzo, avete rotto i coglioni con il vostro costrutto mafioso, pianificato a tavolino per estorcere denaro favorendo corruzione e mazzette.
Un paio di esempi? Il primo: non è possibile che in un paese civile, culla del diritto (sì, sempre in culla poiché non è mai diventato adulto) non vi sia chiarezza normativa su infissi e serramenti. Ammissibili, non ammissibili, e se sì in quale misura, con vetrocamera, in legno, plastificati, spalmati di nutella.
E il cappotto? Che rottura di palle! tutti ne parlano, insieme con la pompa di calore è l’ago della bilancia delle riqualificazioni energetiche ma sembra che a piede libero (per ora, il tempo è galantuomo) vi sia solo gente che non ne ha mai fatto uno: e dev’essere realizzato a stelline, no a righe orizzontali, bianco e nero perché dona, mai sotto il segno dell’Ariete. Ma andate a vendere le angurie, cazzo!
Ed ora pare che sul paese di bengodi si stia abbattendo l’asteroide: l’edilizia cinese starebbe facendo saltare il vantaggio, lasciando professionisti e imprese in un mare di lacrime.
L’aumento dei prezzi del tondino avrebbe toccato, a maggio, quota 15,4%, balzo che ha portato l’aumento, calcolato dal novembre scorso, al 150%.
Ma, scusate, i tondinari del Bresciano che fine hanno fatto? Si sono convertiti all’idroponica? E poi non è che per l’ecobonus si debbano costruire pilastri a manetta…
Naturalmente l’Ance ha tuonato: “Provvedimenti subito!” nel solco del più classico assistenzialismo imprenditoriale: perdite spalmate sui cittadini, guadagni goduti dalle aziende, tasse … no, dai, non scherziamo, quali tasse?
Sembra che il settore cinese delle costruzioni valga il 40% della domanda locale di acciaio, pari al 50% della domanda globale. Come dire che in Cina si costruisce e nel resto del mondo si fa flanella.
Ma si rendono conto, i giornalaioli, delle cazzate che scrivono? Certo, nessuno va a confutarli perché il lettore medio o è deficiente o è colluso. E una cosa non esclude l’altra.
Tirano in ballo persino il polietilene, tanto noto quanto robusto materiale per costruzione, che avrebbe subito un incremento del 110% tra novembre 2020 e aprile 2021, il rame del 29,8%. Per fortuna che da noi ci sono i zingheri che raccolgono quello che cade dai camion, altrimenti non sapremmo come fare.
Forti carenze dei materiali e lunghi tempi di consegna avrebbero inoltre comportato aumenti a legname, laterizi, serramenti, carpenterie e ferramenta, e fino all’autunno è previsto che i prezzi crescano ulteriormente.
L’inevitabile ridimensionamento, a fine anno, si attesterà comunque su prezzi elevati, e già oggi professionisti ed imprese hanno preso la palla al balzo rivedendo conteggi e preventivi. Ma guarda un po’ che danni che ti combina la causa di forza maggiore…
Professionisti e imprese sostengono che si troveranno a sopportare improvvisi aggravi dei costi, con il rischio che si arrivi a un blocco generalizzato dei cantieri e, paventando di dover lavorare in perdita, chiedono misure eccezionali ed immediate per scongiurare il fermo di innumerevoli cantieri pubblici e privati. Detto in altri termini: o lo stato sovvenziona o si chiude baracca lasciando a casa decine di migliaia di lavoratori.
Chi sta stilando capitolati e offerte afferma che forse farà in tempo a correggere il tiro, sempre che i prezziari vengano aggiornati in tempo, una chimera conoscendo tempi e capacità di questo stato cialtrone, i cui pegiori esponenti non sono i politici ma i fancazzisti statali, oggi gratificati da smart working, aumenti generalizzati e benefici vari.
Altre imprese affermano invece che, se andrà bene, lavoreranno in pari, e se andra male lavoreranno in perdita. Insomma, c’è aria di flop in una norma nata male e cresciuta peggio, trasformatasi da magnamagna in pianto greco.
Come dite, io? Io ho preso quattro pratiche, quattro di numero proprio perché si tratta di amici e conoscenti, e mi sono ben guardato dal prenderne altre. Grazie al cielo non ho bisogno di smazzettare tecnici comunali per campare.

Alberto Cazzoli Steiner

È tempo di ecovillaggio

Approfittare del momento per cambiare prospettiva di vita, fuggendo non tanto dall’immondo virus quanto dalle mezze facce di chi impesta l’aria con i feromoni della schiavitù e della paura scegliendo di non vivere.
Concluso il tempo dell’isolamento sull’Aventino del buen retiro non si tratta più, semplicemente, di andare a vivere in campagna perché, ora più che mai, è necessaria un’assunzione collettiva di responsabilità nei confronti di noi stessi, del pianeta, del futuro.Case, boschi e borghi abbandonati possono riprendere vita, grazie alla trasformazione in ecovillaggi in grado di rompere con gli schemi della sempre più evidente e pericolosa follia urbana e dell’isolamento, sperimentando il piacere di CondiVivere attuando progetti di vita comunitaria ispirati a concetti di crescita interiore, sovranità alimentare e ricchezza interiore.
Per iniziare è sufficiente una cascina anche di soli 500 metri quadrati, terra quanto basta per impiantarvi un orto destinato all’autosostentamento, e ben vengano pascolo, vigneto, frutteto, uliveto a seconda dell’estensione territoriale e delle caratteristiche ambientali.
Sono inoltre indispensabili tanta buona volontà di darsi da fare ed un minimo di esperienza in un ambito specifico, purché funzionale alle esigenze comunitarie.
E se la stradina per arrivare all’ecovillaggio fosse ignota ai gps, tanto di guadagnato.
Prima di partire occorre riordinare le idee, ripensare profondamente alla propria scala di valori e stilare un documento scritto che compendi i progetti da realizzare entro un biennio, entro un quinquennio ed oltre il quinquennio.
Le modalità, pur considerando che l’avvio sarà mosso più dalla passione che dalla programmazione, e guai se così non fosse, sono sostanzialmente due, con una variante:I promotori sviluppano il progetto ed acquistano immobile e terreno per poi accogliervi coloro che, informati dell’offerta, entreranno a far parte dell’ecovillaggio acquistandone le quote: un po’ come un’impresa di costruzioni che vende sulla carta un’immobile in cooperativa.
I promotori sviluppano il progetto proponendolo a persone tra le quali individuano i futuri compagni di viaggio, ed insieme con loro ricercano ed acquistano immobile e terreno, tenendo presente che – anche per testare la concretezza economica dei partecipanti e per non lasciar raffreddare l’intento – la cascina dovrà essere individuata ed acquistata entro pochi mesi, al massimo un anno: lo stile è quello dei gruppi di acquisto solidale, specificatamente dei gat, gruppi di acquisto terreni.
I promotori lanciano l’idea indicando un’area geografica di massima e, congiuntamente alle persone che risponderanno in modo positivo, creano il progetto mediante modelli tematici che saranno oggetto di discussione, condivisione ed approvazione: a Milano conosco gente che da dieci anni, tra un aperitivo e l’altro al Patuscino o da Radetzky, progetta il proprio ecovillaggio.

È evidente come io parli di acquisto, di mutuo se necessario, di mettere comunque mano al portafogli e rifugga le dinamiche dell’assegnazione, del comodato, della genuflessione a qualsiasi autorità, camarilla o carrozzone pubblico con le sue logiche partitocratiche di spartizione, di convenienza, di appropriazione. Per la medesima ragione non prevedo l’opzione okkupazione, che volentieri lascio ai fricchettoni, pasdaran ideologici dell’attuale compagine governativa.
Il passo successivo consiste, contestualmente all’acquisto dell’immobile secondo modalità e tempistiche ben note a commercialisti e notai, nel costituire un’azienda agricola, magari in forma di cooperativa ed in grado di beneficiare delle agevolazioni pertinenti alle aziende che si propongono come innovative.
A latere sarebbe buona cosa fondare un’associazione di promozione sociale, per poter disporre dello strumento che consenta lo sviluppo di attività sostenibili di vario tipo e per avviare progetti solidali.
I lavori di recupero dell’edificio, al quale con il tempo se ne possono affiancare altri, acquistati o costruiti ove ne ricorrano le possibilità normative, possono anche essere realizzati ricorrendo all’auto-costruzione.
Rammento, a questo proposito, che le case prefabbricate in legno e le yurte mongole godono di un buon successo proprio per la loro modularità e l’assenza di pesanti vincoli normativi che presiedono alla posa in un contesto agricolo.
La struttura, una volta a regime, dovrà essere in grado di poter accogliere ospiti facendoli sentire a proprio agio nel contesto di una spartana confortevolezza e, ancor più importante della decisione se coltivar patate o allevare conigli è l’aspetto relazionale, poiché è dalla qualità delle relazioni che dipende il successo dell’iniziativa.
Un percorso tutto in salita, specialmente per chi non ha mai vissuto in un gruppo ristretto e coeso ove accettazione, condivisione degli intenti e fiducia costituiscono i fondamenti.
La consapevole gestione dell’aspetto relazionale è portatrice di entusiasmo e benessere poiché permette il confronto su molteplici tematiche, rivedendo rapporti e valori con tutto ciò che è parte del contesto: animali, bambini, manualità, energie rinnovabili, ideologie, pigrizie, paraculaggine, sindrome del ducetto, farsi prossimo in un confronto costante dal quale scaturiscono una profonda revisione dei propri schemi e un indissolubile senso di comunità e fratellanza.
Ben lo sanno i vecchi Israeliani pionieri dei primi kibbutz nei quali l’attività, oltre a strappare superfici coltivabili ad un terreno ostile, e ad irrigarle, consisteva nel difendersi da assalti ed atti terroristici: iconica è la figura del colono di quell’epoca, che impugna la vanga portando lo Sten ad armacollo per proteggere se stesso e la propria famiglia allargata.
Avvertenza: incomprensioni, fraintendimenti ed incapacità di esprimere opinioni e desideri possono creare grosse difficoltà a tutta la comunità, che deve essere addestrata a riconoscere e comprendere quando un soggetto sta vivendo una fase problematica. Difficile? Sicuramente, ma stiamo parlando di un ecovillaggio, altrimenti restate in un condominio dove a malapena le persone si salutano e vi guardano male se non indossate la mordacchia.
Nell’ecovillaggio non c’è spazio per la democrazia rappresentativa, per le deleghe in bianco, per le campagne elettorali. Deve essere ben chiaro chi fa che cosa e tutti si incontrano almeno una volta alla settimana, suddivisi in gruppi tematici operativi, comunemente detti cerchi, ed almeno una volta al mese viene organizzata una riunione plenaria dove ciascun cerchio riferisce sullo stato dell’arte: scorte di cibo, coltivazioni in corso, manutenzione del territorio, degli edifici, dei macchinari e delle attrezzature, relazioni commerciali con altre strutture, educazione dei bambini, questioni finanziarie e via enumerando.
Vista l’aria che tira e l’aumento dei nuovi camminanti ci sarebbe da dedicare un capitolo alla difesa, ma ne parliamo un’altra volta.Deve essere compreso ed accettato, ancora prima di iniziare, il fatto che progetti di questo genere non prevedono né l’aiuto degli unicorni del bosco né quello della fatina buona del sergente Hartman. Soprattutto coloro che si accostano alla realtà dell’ecovillaggio nel convincimento arcadico che tutto vi si svolga a meraviglia devono lavorare sui concetti di disciplina, auto-responsabilità, consapevolezza dei propri spazi e di quelli altrui. E sull’accettazione del fallimento.
L’ingresso di nuovi membri, anche di quelli a permanenza temporanea come gli ospiti, presupporrebbe un incontro corale per l’accoglienza e l’illustrazione delle regole.
Non si deve mai perdere il focus sul fatto che l’ecovillaggio sia… un eco-villaggio. Deve essere pertanto posta notevolissima attenzione al contenimento degli sprechi e al riciclaggio dei materiali, oltre che alla produzione ed all’uso delle energie: fotovoltaiche piuttosto che idroelettriche, ed al cibo, inteso nel senso delle sue modalità di produzione, biologiche piuttosto che biodinamiche, o di acquisto ove necessario, agli animali che vengono allevati per consumo, commercio, concimazione e, nel caso di ovini, come latteria e tosaerba.
Un aspetto da tenere nella massima considerazione, e che spesso viene invece trascurato, è la riduzione dell’elettromagnetismo evitando di indulgere all’abuso di telefoni cellulari e computer, pur nel rispetto delle eventuali attività lavorative che taluni singoli possono svolgere connessi da casa. Un discorso a parte meriterebbero i televisori, sui quali non spreco parole poiché è nota la mia posizione al riguardo.
Condivisione ed arricchimento esperienziale passano anche attraverso l’ospitalità. L’ecovillaggio non è una comunità chiusa ma accoglie corsi, manifestazioni ed eventi organizzati al proprio interno oppure da persone, gruppi, associazioni che propongano temi legati ad agricoltura, allevamento, storia ed antropologia, benessere psicofisico, sciamanesimo, artigianato, erboristeria, cucina e via enumerando purché sempre in chiave ecosostenibile e finalizzata a creare, anche all’interno delle persone, un ecosistema relazionale sempre più ricco di contenuti all’insegna di quella biodiversità creatrice di benessere.
Gli aspetti economici sono fondamentali, in una comunità che vuole essere fiorente e non vivere all’insegna di un pauperismo ormai superato dalla storia, e non va trascurato il fatto che un’esperienza di cambiamento, per essere straordinaria, deve essere correlata al territorio sul quale insiste, deve aiutare le persone nella vita quotidiana, deve ritrovare luoghi di socialità e, per essere accettata dagli abitanti storici del paese o del borgo – guai a chiamarli normali, è un ecovillaggio, casa e impresa, non un anacronistico centro di meditazione frequentato da spocchiosi fighetti – potrebbe costituirsi come vetrina del territorio, in grado di fare promozione turistica facendo conoscere e valorizzando, oltre alla storia attraverso lo sviluppo di itinerari adeguati, ospitalità, ristorazione, attività artigianali, artistiche promuovendone gli attori territoriali: il sellaio piuttosto che l’intagliatore o il fabbro, la trattoria piuttosto che l’agriturismo, la casa vinicola, il chiropratico.
Anche impiantare e gestire un’area pic-nic, definire un percorso che porti in un punto balneabile del fiume, del lago, al canyon sotto la cascata, al punto giusto per ammirare tramonti, alla camminata nel bosco, ovvero sponsorizzare gli eventi organizzati dagli altri esponenti del contesto territoriale di riferimento porta bellezza, possibilità di guadagni e, cosa più importante di tutte, significa essere parte del territorio e delle sue dinamiche e non, come spesso è avvenuto, “quei tipi là che vivono nel bosco”.
Speriamo di avere già toccato il fondo, poiché solo così sarà possibile risalire lanciando messaggi concreti, soprattutto a chi verrà dopo di noi, e lottando per fare la differenza. E l’ecovillaggio, in un mondo messo sempre peggio, rappresenta questa differenza. Del resto iniziai a scriverlo anni fa (cercare su cesec-condivivere.myblog.it) che sarebbero state le piccole comunità a salvarci dal Medioevo prossimo venturo.
Ecco, il Medioevo non è più venturo, è fra noi.

Alberto Cazzoli Steiner

Rischio sismico in Veneto: facciamo chiarezza

L’articolo  In Veneto alto rischio di terremoti terribili, bisogna intervenire subito pubblicato ieri dal quotidiano Il Gazzettino ha suscitato un’ondata di allarme e paura fra gli abitanti della regione.
Del resto questo, unitamente ad incentivare la corsa ad individuare professionisti ed imprese in grado di far accedere al sismabonus, era lo scopo.
Nella loro qualità di soci dell’Istituto Veneto di Lettere Scienze e Arti di Venezia i professori Carlo Doglioni, docente di Geologia alla Sapienza, e Giorgio Vittorio Dal Piaz, docente addirittura emerito di Idrodinamica all’Università di Padova, hanno ricordato il terribile terremoto del 1976 per affermare che bisogna intervenire immediatamente su edifici pubblici e privati poiché «Il Veneto ha delle aree ad alta pericolosità sismica e si deve subito perseguire una precisa azione di conoscenza e prevenzione, cominciando dagli edifici pubblici strategici, scuole, ospedali, strutture a rischio rilevante e beni culturali. I cittadini devono essere stimolati a utilizzare il sisma bonus per rendere la propria casa sicura.»I due, pur studiosi ed esperti, hanno scoperto l’acqua calda: la mappa veneta del rischio sismico fissa indici alti in tutta l’area pedemontana oltre che a Padova, Alpago, Montello, Valdobbiadene, nella fascia che dall’Alto Trevigiano si estende al Friuli, nell’area settentrionale gardesana e nella Lessinia orientale.
Per saperlo è sufficiente leggere ciò che riferiscono cronache medioevali e libri di storia, confermato dalla storia sismologica recente, specialmente quanto alla zona tra Belluno e Treviso, interessata da fortissimi sismi nel 1695 e nel 1873.
Le stratificazioni e le conformazioni orografiche del Veneto sono notoriamente più recenti rispetto a quelle delle regioni centrali della Penisola, ed è sufficiente considerare come la Penisola stia ruotando in senso antiorario spostandosi di cinque millimetri annui verso i Balcani, in corrispondenza del medio Adriatico, mentre il Triveneto si avvicina all’Austria di due millimetri annui, situazione che, anche se da prendere con beneficio di inventario, è puntualmente riferita dalla mappa della Protezione Civile veneta.
Quello che invece non bisogna in nessun caso dimenticare sono le manovre attuate in passato da una certa politica al fine di ricomprendere alcuni comuni in classificazioni sismiche di rischio più moderato rispetto alla realtà, al fine di varare regolamenti edilizi meno vincolanti. Intendiamoci, non si tratta di un malcostume solo veneto: L’Aquila figurava nella seconda categoria, quando avrebbe dovuto essere nella prima.
E sia chiaro: è possibile prevedere i terremoti con ampio margine ed in linea di massima allorché viene valutata un’area vasta in base alla fenomenologia storica, alle caratteristiche geologiche, ai corsi delle acque sotterranee, ai movimenti strumentali ed a tutti i parametri che normalmente vengono considerati in sismologia, ma è assolutamente impossibile farlo ad horas per avere un margine sufficiente ad evacuare la popolazione.
Ogni tentativo di creare modelli previsionali è fallito: numerosi rimangono i terremoti annunciati da uno sciame sismico, mentre altri sono preceduti dall’assoluta normalità delle dinamiche di area.
Ma, se i terremoti non possono essere previsti, è però possibile strutturare modelli organizzativi efficienti per affrontarli nel modo migliore. E la statistica, in tal senso, è molto d’aiuto poiché può mettere in guardia in base alle ricorrenze.
Come stima prudenziale vale, in ogni caso, la consapevolezza del rischio e dei possibili effetti sugli edifici, ma senza inutili allarmismi e, prima di acquistare un immobile, verificarne la staticità in base allo stato di conservazione, delle tecniche costruttive e dei materiali utilizzati, ed avere cognizione del grado di rischio sismico del territorio.
Nella regione veneta sono considerate tre categorie sismiche: e il disegno sottostante illustra con chiarezza le differenze territoriali.La normativa nazionale ha ripartito il territorio in quattro categorie sismiche, a rischio elevato 1 e 2, medio nella 3 ed a basso rischio la 4 e, sotto il profilo normativo, gli edifici costruiti nelle diverse zone devono tener conto di un’accelerazione ipotetica di gravità più alta nelle Zone Uno e Due, e più bassa nelle Zone Tre e Quattro.
Più in dettaglio, poiché secondo la normativa e sulla base dei dati statistici delle diverse aree, gli edifici costruiti nell’ultimo quarto di secolo devono – salvo errori di calcolo o carenze normative come a suo tempo avvenuto per i capannoni emiliani – reggere un ipotetico sisma considerando che le strutture portanti di un immobile non dovrebbero subire interventi manutentivi nel primo cinquantennio di vita, se ne deduce che terremoti in grado di danneggiarli seriamente, ma salvaguardando l’incolumità degli occupanti, dovrebbero verificarsi una volta ogni 475 anni.
Naturalmente è sempre bene premunirsi contro quei terremoti che non sanno nulla di statistica.
Salvo casi particolari, le tecniche costruttive nostrane sono ben lontane da quelle californiane o giapponesi, che fanno sì che gli edifici resistano senza problemi a terremoti di ottavo e nono grado della scala Richter. Ed il Veneto, infine, stando al parere di esperti del settore, deve comunque recuperare un deficit di protezione, particolarmente significativo relativamente agli edifici pubblici: almeno la metà abbisogna di interventi.

Alberto Cazzoli Steiner

Scomparire: autosostenibilità, punto di arrivo

Questo articolo è dedicato, in modo leggero e rimandando eventuali approfondimenti a precise richieste, anche progettuali, alla nostra deliberata scomparsa dal contesto urbano.
La vita nelle città, ed oggi anche in quelle di medie dimensioni, diventa sempre più difficile, non tanto e non solo per le restrizioni liberticide, ma anche per la difficoltà negli spostamenti, nel mantenere un lavoro stabile, per i costi sempre più elevati dei generi di prima necessità e per le tensioni sociali in aumento.
In queste righe traccio quindi alcune linee fondamentali dedicate a chi intende cambiare vita, offrendo sin d’ora la collaborazione di Decumanus Ingegneria Sostenibile per l’individuazione di siti acquisibili a condizioni economiche vantaggiose, per le verifiche normative, per la stesura progettuale e per l’esecuzione delle opere necessarie.
L’ho scritto in innumerevoli occasioni: la Penisola pullula di borghi abbandonati e di realtà agricole dismesse, che è possibile far rivivere. Non illudiamoci: ciò costerà fatica e denaro, e l’impresa riuscirà solo se sorretta da un intento veramente saldo.
Siamo seri, non illudiamoci di essere in grado di creare mattoni in modo naturale, cuocere il pane, accudire l’orto, costruire un ponte in una settimana, un mese, un anno.
Dedichiamo invece le nostre energie ed il nostro intento al lavoro su progetti comunitari, mettendo a disposizione le nostre conoscenze ed apprendendo nuove abilità.
Uno degli obiettivi prioritari, da strutturare addirittura a livello progettuale, è quello di conseguire l’autosufficienza energetica, per essere indipendenti da forniture che possono costituire un’arma di ricatto.
Sfruttare l’acqua piovana e quella corrente, il calore del sole e quello della terra per ottenere luce e forza motrice, utilizzare materiali locali impiegandoli correttamente per ottenere materiale da costruzione, isolamenti termici piuttosto che piastre di cottura.
La differenza sostanziale rispetto ad analoghi progetti sviluppati in passato è che vivere oggi in un progetto di comunità significa che molto probabilmente il lavoro in città, con tutte le certezze che offriva, dovrà essere abbandonato, e non solo per le difficoltà di spostamento.
Nella fase di trasformazione che ci attende sarà sempre più difficile mantenere un lavoro esterno alla comunità che sia apportatore di denaro.
Ma, e qui estremizzo per arrivare subito al dunque, uno degli obiettivi di questa fase di trasformazione sarà proprio quello di riuscire fare a meno del denaro. E non è detto che il periodo di transizione debba essere lungo.
Vi saranno quindi notevolissime differenze fra una comunità, come poteva essere ipotizzata in passato, di contribuzionismo, ed una basata sull’autosostenibilità.
La prima, legata ormai al passato, era produttrice di abbondanza attraverso i proventi delle attività esterne, la seconda invece, rinchiusa su se stessa e spesso attanagliata da problemi di sopravvivenza, diventava limitante e soffocante suscitando tensioni fra i membri che, spesso, gettavano la spugna andandosene. Infatti la contribuzionista era una comunità tendenzialmente stabile mentre nell’autosostenibile il ricambio era mediamente elevato.
Tanto è vero che precisi criteri economici affermano come, per la comnità autosufficiente, sia necessario creare riserve pari a cinque volte il fabbisogno: consumando 1, cioè il fabbisogno, ed eventualmente 2 in caso di necessità, 3-4-5 vengono resi disponibili per vendita, cessione, scambio.
Non siamo abituati ad un siffatto modello di vita, ed occorreranno molto tempo e molti sforzi per arrivare a ritenerlo normale, considerando le persone, e non il denaro, al centro del nuovo modello di vita.
Senza illusioni: nemmeno in Antartide è possibile sfuggire a qualsivoglia forma di controllo governativo. Si tratta di tenere un adeguato profilo.Esaurito l’antefatto, vediamo dove scomparire. In campagna o in media montagna, è ovvio. Escludo, da questo contesto, località marine semplicemente perché non esiste un metro di costa che non sia urbanizzato, o invivibile a causa di accidenti orografici, o indisponibile per concessioni o ragioni demaniali.
L’interno della penisola abbonda di località abbandonate che potrebbero essere vantaggiosamente recuperate, nel rispetto delle norme edilizie per evitare inutili contenziosi e, a titolo puramente esemplificativo, ne indico una, dal nome evocativo: la valle dei mulini perduti.
Si trova nella splendida cornice della Val Manubiola, parte del comune di Berceto, nell’Appennino parmense, ed arrivarci, a piedi poiché non vi sono altre possibilità, costituisce un percorso magico che si snoda nei boschi di castagni alla scoperta di cinque antichi mulini dismessi ed ormai preda delle nebbie di una memoria perduta e dalla vegetazione.Aiutati da antiche mappe, risalendo da un rio all’altro, si potranno ricostruire dighe, canali, gore o bottazzi, le cisterne dalle forme particolari, ed i meccanismi di funzionamento a ruota esterna od a cucchiai interni.
A poca distanza, raggiungibile per una tortuosa strada che attraversa Ponte Manubiola risalendo, dopo alcuni tornanti, il percorso del torrente stesso ed attraversando il villaggio di Bergotto troviamo Corchia, frazione di Berceto, adagiato ad un’altitudine di 650 metri sulle pendici del Monte Groppo Maggio.
Il suo fascino è legato alla cornice naturale, costituita da monti e boschi di castagneti e dall’atmosfera medievale che ha saputo mantenersi inalterata nel tempo. Castagne e funghi rendono famoso il borgo poiché per secoli furono la base del sostentamento economico, unitamente all’attività estrattiva di rame, ferro, zinco e feldspato dalle miniere situate tra il Monte Binaghè e il torrente Manubiola, chiuse nell’anno 1943.

Alberto Cazzoli Steiner