Click day: stato alterato di coscenza

Il titolo originale di queste note sarebbe dovuto essere Click day: quando lo stato fa vomitare, ma su faccebbucchin si sarebbero potuti verificare dei problemi censori.
Pubblicato il 5 giugno il bando INAIL 2020 per il 2021 consente alle aziende di ottenere un contributo a fondo perduto del 65% fino a 130.000 euro per investimenti aziendali quali presse, centri di lavoro, robot, magazzini automatici, muletti, che contribuiscano a migliorare la salute e sicurezza dei lavoratori.
Il budget messo a disposizione è di 200 milioni di euro, ed una apposita linea è destinata agli interventi di bonifica dell’amianto.
Beneficiarie sono le imprese, anche individuali, iscritte alla CCIAA e, per alcuni interventi specifici, enti del terzo settore.
E’ prevista una specifica linea di finanziamento per i settori pesca e fabbricazione mobili, è espressamente esclusa l’agricoltura per la quale è previsto un bando specifico.
Per l’ammissibilità è richiesta l’assenza di condanne per omicidio colposo o lesioni personali colpose legate alla violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, relative all’igiene del lavoro o che abbiano determinato malattie professionali, salvo che sia intervenuta riabilitazione
L’importo minimo dell’agevolazione è di 5.000 euro, massimo 130.000 per tutti esclusi pesca e fabbricazione mobili per i quali il minimo è 2.000 e il massimo 50.000.
Gli interventi agevolabili sono progetti di investimento per l’adozione di modelli organizzativi e di responsabilità sociale, per la riduzione del rischio da movimentazione manuale dei carichi, per la bonifica da materiali contenenti amianto e per micro e piccole imprese dei settori pesca e fabbricazione mobili
Le spese ammissibili al finanziamento sono quelle direttamente necessarie alla realizzazione del progetto, le eventuali spese accessorie o strumentali funzionali alla realizzazione dello stesso e indispensabili per la sua completezza, nonché le eventuali spese tecniche, entro i limiti precisati negli appositi allegati.
Espressamente escluse le acquisizioni mediante leasing e l’acquisto di beni usati.
In caso di approvazione del progetto il termine di realizzazione è di un anno e, qualora l’agevolazione richiesta sia uguale o superiore a 30.000 euro può essere richiesta un’anticipazione fino al 50% dell’importo del finanziamento stesso presentando apposita fidejussione
E adesso viene il bello: la modalità di assegnazione avviene mediante prenotazione telematica, il cosiddetto click day secondo questa calendarizzazione:
1° giugno, apertura della procedura informatica, e intanto il bando è stato presentato il 5, a c’era chi già sapeva ed ha potuto prepararsi per tempo, nell’italilandese logica dei figli e figliastri;
15 luglio, chiusura della procedura informatica per la compilazione della domanda
Dal 20 luglio download dei codici identificativi
Giorno da definire: click day
14 giorni dopo il click day avverrà la pubblicazione elenchi cronologici provvisori.
Detto in altri termini: le imprese o i loro consulenti dovranno restare sul piede di guerra dal 20 luglio e sino a quando, pochi minuti prima dell’apertura, sarà possibile premere il fatidico tasto. E tutto, sempre che la baracca funzioni, si esaurirà in una manciata di secondi: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori.
Esattamente come al gioco delle tre carte. Questo sa fare uno stato mafioso e biscazziere.
Un consiglio per fare cash? Fate fatture per operazioni inesistenti e fanculo. Si, sto suggerendo di commettere un reato, e allora?

Alberto Cazzoli Steiner

Ecobonus, da magnamagna a pianto greco

L’esperimento è riuscito: chi di dovere ha inequivocabilmente compreso che la gran massa degli italilandesi è costituita da beoti ai quali è possibile far bere qualsiasi intruglio. Strappiamo perciò il Velo di Maya e diciamolo apertis verbis: l’ecobonus è la manna dal cielo, è grasso che cola per imprese, professionisti e banche. E persino per lo stato, maestro del gioco delle tre carte che grazie a norme incomprensibili, contraddittorie, incomplete, soggette ad interpretazione, nella circostanza de quo se ne sta, come i malfattori delle vignette de La Settimana Enigmistica, acquattato dietro l’angolo, pronto a randellare il malcapitato cittadino in errore, revocandogli il beneficio e comminandogli sanzioni da levare la pelle.L’ecobonus, alla prova dei fatti e non temo smentite, è un solenne imbroglio, che si presta ad incertezze, dubbi, potenziali perdite economiche, abusi: e il trainante, e il 60%, no il 58, no 71 l’omm e mmerda, 90 la paura. E che cazzo, avete rotto i coglioni con il vostro costrutto mafioso, pianificato a tavolino per estorcere denaro favorendo corruzione e mazzette.
Un paio di esempi? Il primo: non è possibile che in un paese civile, culla del diritto (sì, sempre in culla poiché non è mai diventato adulto) non vi sia chiarezza normativa su infissi e serramenti. Ammissibili, non ammissibili, e se sì in quale misura, con vetrocamera, in legno, plastificati, spalmati di nutella.
E il cappotto? Che rottura di palle! tutti ne parlano, insieme con la pompa di calore è l’ago della bilancia delle riqualificazioni energetiche ma sembra che a piede libero (per ora, il tempo è galantuomo) vi sia solo gente che non ne ha mai fatto uno: e dev’essere realizzato a stelline, no a righe orizzontali, bianco e nero perché dona, mai sotto il segno dell’Ariete. Ma andate a vendere le angurie, cazzo!
Ed ora pare che sul paese di bengodi si stia abbattendo l’asteroide: l’edilizia cinese starebbe facendo saltare il vantaggio, lasciando professionisti e imprese in un mare di lacrime.
L’aumento dei prezzi del tondino avrebbe toccato, a maggio, quota 15,4%, balzo che ha portato l’aumento, calcolato dal novembre scorso, al 150%.
Ma, scusate, i tondinari del Bresciano che fine hanno fatto? Si sono convertiti all’idroponica? E poi non è che per l’ecobonus si debbano costruire pilastri a manetta…
Naturalmente l’Ance ha tuonato: “Provvedimenti subito!” nel solco del più classico assistenzialismo imprenditoriale: perdite spalmate sui cittadini, guadagni goduti dalle aziende, tasse … no, dai, non scherziamo, quali tasse?
Sembra che il settore cinese delle costruzioni valga il 40% della domanda locale di acciaio, pari al 50% della domanda globale. Come dire che in Cina si costruisce e nel resto del mondo si fa flanella.
Ma si rendono conto, i giornalaioli, delle cazzate che scrivono? Certo, nessuno va a confutarli perché il lettore medio o è deficiente o è colluso. E una cosa non esclude l’altra.
Tirano in ballo persino il polietilene, tanto noto quanto robusto materiale per costruzione, che avrebbe subito un incremento del 110% tra novembre 2020 e aprile 2021, il rame del 29,8%. Per fortuna che da noi ci sono i zingheri che raccolgono quello che cade dai camion, altrimenti non sapremmo come fare.
Forti carenze dei materiali e lunghi tempi di consegna avrebbero inoltre comportato aumenti a legname, laterizi, serramenti, carpenterie e ferramenta, e fino all’autunno è previsto che i prezzi crescano ulteriormente.
L’inevitabile ridimensionamento, a fine anno, si attesterà comunque su prezzi elevati, e già oggi professionisti ed imprese hanno preso la palla al balzo rivedendo conteggi e preventivi. Ma guarda un po’ che danni che ti combina la causa di forza maggiore…
Professionisti e imprese sostengono che si troveranno a sopportare improvvisi aggravi dei costi, con il rischio che si arrivi a un blocco generalizzato dei cantieri e, paventando di dover lavorare in perdita, chiedono misure eccezionali ed immediate per scongiurare il fermo di innumerevoli cantieri pubblici e privati. Detto in altri termini: o lo stato sovvenziona o si chiude baracca lasciando a casa decine di migliaia di lavoratori.
Chi sta stilando capitolati e offerte afferma che forse farà in tempo a correggere il tiro, sempre che i prezziari vengano aggiornati in tempo, una chimera conoscendo tempi e capacità di questo stato cialtrone, i cui pegiori esponenti non sono i politici ma i fancazzisti statali, oggi gratificati da smart working, aumenti generalizzati e benefici vari.
Altre imprese affermano invece che, se andrà bene, lavoreranno in pari, e se andra male lavoreranno in perdita. Insomma, c’è aria di flop in una norma nata male e cresciuta peggio, trasformatasi da magnamagna in pianto greco.
Come dite, io? Io ho preso quattro pratiche, quattro di numero proprio perché si tratta di amici e conoscenti, e mi sono ben guardato dal prenderne altre. Grazie al cielo non ho bisogno di smazzettare tecnici comunali per campare.

Alberto Cazzoli Steiner

Time expired per i fuffari del saldo a stralcio

Notizia di attualità: Brindisi, 21 persone indagate per corruzione in atti giudiziari nell’ambito delle procedure relative alle vendite fallimentari e, tra queste, sei arrestate.
Gli arrestati sono la presidente del locale Ordine degli ingegneri, due imprenditori, un avvocato, un commercialista ed un giudice della sezione fallimentare a carico del quale stanno emergendo reati gravissimi anche in materia di estorsioni e affido di minori.Non sopporto la gogna mediatica prima delle sentenze, perciò non entro nel merito della vicenda se non per affermare che non è la prima volta e non sarà certamente l’ultima: chi va al mulino si infarina, dice il proverbio, e tutti hanno un prezzo, soprattutto in un non-paese come questo, dove da tempo immemore si è fatto strame di valori quali etica e onore.
È noto come in tempi difficili si assista all’incremento delle attività connotate da componenti aleatorie, non sorrette da ragionamenti pragmatici ma, nell’immaginario, suscettibili di procurare guadagni e far cambiare vita: gioco, lotto e scommesse in particolare.
Non fanno eccezione, in tal senso, le sempre più numerose offerte di coach, guru ed assimilati che propongono corsi di formazione per chi desidera diventare uno scaltro trader immobiliare, in particolare secondo la formula del saldo a stralcio e preferibilmente investendo pur non possedendo capitali.
Scaltro trader, non solo in un comparto complesso come quello del saldo a stralcio ma anche nelle negoziazioni immobiliari ordinarie, non lo si diventa frequentando corsi su internet o acquistando e-book e facendo teatrini ma sobbarcandosi anni di gavetta, studio, sperimentazione, trattative inconcludenti, errori di valutazione, vicoli ciechi, occasioni perdute. Affermare il contrario sarebbe come ritenere che chi ha appreso a piantar patate sui libri sia pronto per fare il contadino, addirittura l’ecovillaggista. E infatti i risultati si vedono…
Ho ritenuto di scrivere queste note dopo aver letto l’ennesima bruttura, anche lessicale, a tema: infarcita di volgarità e che strizza l’occhiolino ad uno stile da frequentatori di bettole, quelle dove proliferano furbastri tuttologi formatisi “all’università della vita e la frequento ancora”, rendendo complesse, nella loro formulazione, proposte che devono invece essere sintetiche, lineari, chiare.
Costoro propongono corsi all’insegna di scorciatoie inammissibili, giochini da pnl che non usano più neppure i venditori di spazzole.
Spiacente, non funziona così: o dentro o fuori senza tante menate, specialmente considerando che tra gli immobili in contenzioso oggi c’è solo l’imbarazzo della scelta.
E poi, diciamocelo: chi opera con successo in qualsiasi comparto, e particolarmente in quello immobiliare, se ha scoperto una formula vincente non la condivide di sicuro su Internet per poche centinaia di euro.
Ma entriamo brevemente nel merito di un’ipotetica trattativa.
La prima domanda riguarda ovviamente quanto offrire come prezzo di compravendita: legittima e sacrosanta non deve oblare a dubbi e perplessità circa il timore di offrire tropo o troppo poco. Si offre, con una sensibilità che matura con l’incremento dell’esperienza, e vada come deve andare.
Il testo esaminato parla di presentazione ai creditori. Sia chiaro: presentarsi a dei creditori significa avere a che fare con un fallimento, con trattative spesso sfinenti e con la possibilità di revocatoria, non con una semplice esecuzione che, se non si è esperti, ma anche se lo si è, è preferibile ad un fallimento non fosse altro che perché ci si dovrebve confrontare con un unico creditore, generalmente una banca.
Diversamente è opportuno farsi assistere da professionisti specializzati: ingegnere. architetto, commercialista, avvocato, notaio, non tentando la risibile carta dell’associazione all’impresa bensì corrispondendo loro i relativi onorari.
Il testo esaminato prosegue affrontando altri punti fondamentali: valutazione, conoscenza dei creditori, tempistiche di rientro, difetti dell’immobile indicati nella CTU, situazione giuridica, spese di procedura e possibilità di escutere il debito dagli esecutati. Esattamente quello che ci si aspetta da una procedura concorsuale.
Spiego come lavoro io: anzitutto, se posso, evito i fallimenti se non in presenza di condizioni lineari.
Comunque sia, effettuo una valutazione dell’immobile, normalmente perché incaricato, e se lo rilevo come potenzialmente interessante stilo una sintetica relazione nella quale ipotizzo un riuso parametrato allo scenario socioeconomico.
Propongo l’immobile a degli investitori e, ove riscontro interesse, mi faccio mettere a disposizione, vincolata da un notaio, la somma corrispondente all’acconto e procedo ad una trattativa con l’ente creditore: gli unici aspetti sui quali focalizzo particolarmente l’attenzione sono eventuali difetti tecnici, irregolarità urbanistiche e spese di procedura. Il resto: conoscenza dei creditori, tempistiche di rientro, situazione giuridica, possibilità di escutere il debito, non è affar mio.
Formulo un’offerta all’ente creditore, cauzionandola in misura variabile dal 5 al 30 per cento e riservandomi n mesi per pervenire all’acquisto. Nelle more del prezzo offerto, ovviamente sensibilmente inferiore alla base d’asta, prevedo un ristoro per il proprietario esecutato in cambio del suo assenso, visto che comunque nel delta prezzo di acquisto prezzo di cessione ho capienza, ed incarico la banca stessa delle esplorazioni preliminari. Di certo non vado a suonar campanelli insalutato ospite: l’esecutato lo incontro in banca, non a casa sua tra il cane che abbaia e l’odore del sugo stantio.
L’offerta viene accettata? Bene, procediamo. Non viene accolta? Amen, mai come in questo momento esistono più immobili in procedura che persone disposte ad acquistarli.
Il testo esaminato propone invece soluzioni che sanno di escamotage, per esempio “informazioni scioccanti nella valutazione” per, letteralmente, “far balzare dalla sedia i creditori” facendo “prendere un colpo al cuore a chi sta leggendo la valutazione” affinché chi legge si convinca di “avere sulla schiena” un bidone di immobile del quale è bene sbarazzarsi.
Questo significa a mio avviso operare con dannosa e sconcia superficialità: gli esecutati hanno un problema che li rode e si sentono come puntaspilli, ma i loro professionisti sono attentissimi e niente affatto stupidi, come vorrebbero invece far credere questi borgatari neanche tanto ripuliti.
Ciascuno la vede come gli pare ma a mio avviso questa è fuffa, che fa rima con truffa, e lo dimostra il passaggio successivo, dedicato ai difetti dell’immobile che, “se ci sono nella perizia del ctu è bene metterli in evidenza, se non ci sono … si cercano e si creano.”
Diventare ricchi con gli immobili non è facile e non è terreno per improvvisazioni o facilonerie e, soprattutto, non si fanno affari immobiliari senza soldi e non si ottengono deleghe dagli esecutati perché si è bravi al gioco delle tre carte, si sa entrare nella loro psicologia, si colgono le loro motivazioni profonde.
Semplicemente, almeno per quanto mi riguarda, pur adottando massima cortesia e professionalità, della psicologia dell’esecutato me ne frego: sto facendo affari immobiliari, non gestendo un centro psicosociale.
Mi fanno ridere quelli che vendono dei corsi spiegando come farsi aprire la porta dall’esecutato, come rintuzzare i suoi sensi di colpa e come trasmettergli sicurezza.
A mio avviso la sicurezza si trasmette, una volta appurate tutte le necessarie fattispecie, con un avviso di pagamento irrevocabile in cambio dell’assenso.
L’esecutato possiede un’oggettiva facoltà: è colui che, una volta reso edotto dei benefici che anch’egli avrebbe da un saldo a stralcio rispetto all’asta, decide se noi possiamo fare un affare o meno.
Il resto sono chiacchiere e, come si dice, le chiacchiere stanno a zero.

Alberto Cazzoli Steiner

È tempo di ecovillaggio

Approfittare del momento per cambiare prospettiva di vita, fuggendo non tanto dall’immondo virus quanto dalle mezze facce di chi impesta l’aria con i feromoni della schiavitù e della paura scegliendo di non vivere.
Concluso il tempo dell’isolamento sull’Aventino del buen retiro non si tratta più, semplicemente, di andare a vivere in campagna perché, ora più che mai, è necessaria un’assunzione collettiva di responsabilità nei confronti di noi stessi, del pianeta, del futuro.Case, boschi e borghi abbandonati possono riprendere vita, grazie alla trasformazione in ecovillaggi in grado di rompere con gli schemi della sempre più evidente e pericolosa follia urbana e dell’isolamento, sperimentando il piacere di CondiVivere attuando progetti di vita comunitaria ispirati a concetti di crescita interiore, sovranità alimentare e ricchezza interiore.
Per iniziare è sufficiente una cascina anche di soli 500 metri quadrati, terra quanto basta per impiantarvi un orto destinato all’autosostentamento, e ben vengano pascolo, vigneto, frutteto, uliveto a seconda dell’estensione territoriale e delle caratteristiche ambientali.
Sono inoltre indispensabili tanta buona volontà di darsi da fare ed un minimo di esperienza in un ambito specifico, purché funzionale alle esigenze comunitarie.
E se la stradina per arrivare all’ecovillaggio fosse ignota ai gps, tanto di guadagnato.
Prima di partire occorre riordinare le idee, ripensare profondamente alla propria scala di valori e stilare un documento scritto che compendi i progetti da realizzare entro un biennio, entro un quinquennio ed oltre il quinquennio.
Le modalità, pur considerando che l’avvio sarà mosso più dalla passione che dalla programmazione, e guai se così non fosse, sono sostanzialmente due, con una variante:I promotori sviluppano il progetto ed acquistano immobile e terreno per poi accogliervi coloro che, informati dell’offerta, entreranno a far parte dell’ecovillaggio acquistandone le quote: un po’ come un’impresa di costruzioni che vende sulla carta un’immobile in cooperativa.
I promotori sviluppano il progetto proponendolo a persone tra le quali individuano i futuri compagni di viaggio, ed insieme con loro ricercano ed acquistano immobile e terreno, tenendo presente che – anche per testare la concretezza economica dei partecipanti e per non lasciar raffreddare l’intento – la cascina dovrà essere individuata ed acquistata entro pochi mesi, al massimo un anno: lo stile è quello dei gruppi di acquisto solidale, specificatamente dei gat, gruppi di acquisto terreni.
I promotori lanciano l’idea indicando un’area geografica di massima e, congiuntamente alle persone che risponderanno in modo positivo, creano il progetto mediante modelli tematici che saranno oggetto di discussione, condivisione ed approvazione: a Milano conosco gente che da dieci anni, tra un aperitivo e l’altro al Patuscino o da Radetzky, progetta il proprio ecovillaggio.

È evidente come io parli di acquisto, di mutuo se necessario, di mettere comunque mano al portafogli e rifugga le dinamiche dell’assegnazione, del comodato, della genuflessione a qualsiasi autorità, camarilla o carrozzone pubblico con le sue logiche partitocratiche di spartizione, di convenienza, di appropriazione. Per la medesima ragione non prevedo l’opzione okkupazione, che volentieri lascio ai fricchettoni, pasdaran ideologici dell’attuale compagine governativa.
Il passo successivo consiste, contestualmente all’acquisto dell’immobile secondo modalità e tempistiche ben note a commercialisti e notai, nel costituire un’azienda agricola, magari in forma di cooperativa ed in grado di beneficiare delle agevolazioni pertinenti alle aziende che si propongono come innovative.
A latere sarebbe buona cosa fondare un’associazione di promozione sociale, per poter disporre dello strumento che consenta lo sviluppo di attività sostenibili di vario tipo e per avviare progetti solidali.
I lavori di recupero dell’edificio, al quale con il tempo se ne possono affiancare altri, acquistati o costruiti ove ne ricorrano le possibilità normative, possono anche essere realizzati ricorrendo all’auto-costruzione.
Rammento, a questo proposito, che le case prefabbricate in legno e le yurte mongole godono di un buon successo proprio per la loro modularità e l’assenza di pesanti vincoli normativi che presiedono alla posa in un contesto agricolo.
La struttura, una volta a regime, dovrà essere in grado di poter accogliere ospiti facendoli sentire a proprio agio nel contesto di una spartana confortevolezza e, ancor più importante della decisione se coltivar patate o allevare conigli è l’aspetto relazionale, poiché è dalla qualità delle relazioni che dipende il successo dell’iniziativa.
Un percorso tutto in salita, specialmente per chi non ha mai vissuto in un gruppo ristretto e coeso ove accettazione, condivisione degli intenti e fiducia costituiscono i fondamenti.
La consapevole gestione dell’aspetto relazionale è portatrice di entusiasmo e benessere poiché permette il confronto su molteplici tematiche, rivedendo rapporti e valori con tutto ciò che è parte del contesto: animali, bambini, manualità, energie rinnovabili, ideologie, pigrizie, paraculaggine, sindrome del ducetto, farsi prossimo in un confronto costante dal quale scaturiscono una profonda revisione dei propri schemi e un indissolubile senso di comunità e fratellanza.
Ben lo sanno i vecchi Israeliani pionieri dei primi kibbutz nei quali l’attività, oltre a strappare superfici coltivabili ad un terreno ostile, e ad irrigarle, consisteva nel difendersi da assalti ed atti terroristici: iconica è la figura del colono di quell’epoca, che impugna la vanga portando lo Sten ad armacollo per proteggere se stesso e la propria famiglia allargata.
Avvertenza: incomprensioni, fraintendimenti ed incapacità di esprimere opinioni e desideri possono creare grosse difficoltà a tutta la comunità, che deve essere addestrata a riconoscere e comprendere quando un soggetto sta vivendo una fase problematica. Difficile? Sicuramente, ma stiamo parlando di un ecovillaggio, altrimenti restate in un condominio dove a malapena le persone si salutano e vi guardano male se non indossate la mordacchia.
Nell’ecovillaggio non c’è spazio per la democrazia rappresentativa, per le deleghe in bianco, per le campagne elettorali. Deve essere ben chiaro chi fa che cosa e tutti si incontrano almeno una volta alla settimana, suddivisi in gruppi tematici operativi, comunemente detti cerchi, ed almeno una volta al mese viene organizzata una riunione plenaria dove ciascun cerchio riferisce sullo stato dell’arte: scorte di cibo, coltivazioni in corso, manutenzione del territorio, degli edifici, dei macchinari e delle attrezzature, relazioni commerciali con altre strutture, educazione dei bambini, questioni finanziarie e via enumerando.
Vista l’aria che tira e l’aumento dei nuovi camminanti ci sarebbe da dedicare un capitolo alla difesa, ma ne parliamo un’altra volta.Deve essere compreso ed accettato, ancora prima di iniziare, il fatto che progetti di questo genere non prevedono né l’aiuto degli unicorni del bosco né quello della fatina buona del sergente Hartman. Soprattutto coloro che si accostano alla realtà dell’ecovillaggio nel convincimento arcadico che tutto vi si svolga a meraviglia devono lavorare sui concetti di disciplina, auto-responsabilità, consapevolezza dei propri spazi e di quelli altrui. E sull’accettazione del fallimento.
L’ingresso di nuovi membri, anche di quelli a permanenza temporanea come gli ospiti, presupporrebbe un incontro corale per l’accoglienza e l’illustrazione delle regole.
Non si deve mai perdere il focus sul fatto che l’ecovillaggio sia… un eco-villaggio. Deve essere pertanto posta notevolissima attenzione al contenimento degli sprechi e al riciclaggio dei materiali, oltre che alla produzione ed all’uso delle energie: fotovoltaiche piuttosto che idroelettriche, ed al cibo, inteso nel senso delle sue modalità di produzione, biologiche piuttosto che biodinamiche, o di acquisto ove necessario, agli animali che vengono allevati per consumo, commercio, concimazione e, nel caso di ovini, come latteria e tosaerba.
Un aspetto da tenere nella massima considerazione, e che spesso viene invece trascurato, è la riduzione dell’elettromagnetismo evitando di indulgere all’abuso di telefoni cellulari e computer, pur nel rispetto delle eventuali attività lavorative che taluni singoli possono svolgere connessi da casa. Un discorso a parte meriterebbero i televisori, sui quali non spreco parole poiché è nota la mia posizione al riguardo.
Condivisione ed arricchimento esperienziale passano anche attraverso l’ospitalità. L’ecovillaggio non è una comunità chiusa ma accoglie corsi, manifestazioni ed eventi organizzati al proprio interno oppure da persone, gruppi, associazioni che propongano temi legati ad agricoltura, allevamento, storia ed antropologia, benessere psicofisico, sciamanesimo, artigianato, erboristeria, cucina e via enumerando purché sempre in chiave ecosostenibile e finalizzata a creare, anche all’interno delle persone, un ecosistema relazionale sempre più ricco di contenuti all’insegna di quella biodiversità creatrice di benessere.
Gli aspetti economici sono fondamentali, in una comunità che vuole essere fiorente e non vivere all’insegna di un pauperismo ormai superato dalla storia, e non va trascurato il fatto che un’esperienza di cambiamento, per essere straordinaria, deve essere correlata al territorio sul quale insiste, deve aiutare le persone nella vita quotidiana, deve ritrovare luoghi di socialità e, per essere accettata dagli abitanti storici del paese o del borgo – guai a chiamarli normali, è un ecovillaggio, casa e impresa, non un anacronistico centro di meditazione frequentato da spocchiosi fighetti – potrebbe costituirsi come vetrina del territorio, in grado di fare promozione turistica facendo conoscere e valorizzando, oltre alla storia attraverso lo sviluppo di itinerari adeguati, ospitalità, ristorazione, attività artigianali, artistiche promuovendone gli attori territoriali: il sellaio piuttosto che l’intagliatore o il fabbro, la trattoria piuttosto che l’agriturismo, la casa vinicola, il chiropratico.
Anche impiantare e gestire un’area pic-nic, definire un percorso che porti in un punto balneabile del fiume, del lago, al canyon sotto la cascata, al punto giusto per ammirare tramonti, alla camminata nel bosco, ovvero sponsorizzare gli eventi organizzati dagli altri esponenti del contesto territoriale di riferimento porta bellezza, possibilità di guadagni e, cosa più importante di tutte, significa essere parte del territorio e delle sue dinamiche e non, come spesso è avvenuto, “quei tipi là che vivono nel bosco”.
Speriamo di avere già toccato il fondo, poiché solo così sarà possibile risalire lanciando messaggi concreti, soprattutto a chi verrà dopo di noi, e lottando per fare la differenza. E l’ecovillaggio, in un mondo messo sempre peggio, rappresenta questa differenza. Del resto iniziai a scriverlo anni fa (cercare su cesec-condivivere.myblog.it) che sarebbero state le piccole comunità a salvarci dal Medioevo prossimo venturo.
Ecco, il Medioevo non è più venturo, è fra noi.

Alberto Cazzoli Steiner

Rischio sismico in Veneto: facciamo chiarezza

L’articolo  In Veneto alto rischio di terremoti terribili, bisogna intervenire subito pubblicato ieri dal quotidiano Il Gazzettino ha suscitato un’ondata di allarme e paura fra gli abitanti della regione.
Del resto questo, unitamente ad incentivare la corsa ad individuare professionisti ed imprese in grado di far accedere al sismabonus, era lo scopo.
Nella loro qualità di soci dell’Istituto Veneto di Lettere Scienze e Arti di Venezia i professori Carlo Doglioni, docente di Geologia alla Sapienza, e Giorgio Vittorio Dal Piaz, docente addirittura emerito di Idrodinamica all’Università di Padova, hanno ricordato il terribile terremoto del 1976 per affermare che bisogna intervenire immediatamente su edifici pubblici e privati poiché «Il Veneto ha delle aree ad alta pericolosità sismica e si deve subito perseguire una precisa azione di conoscenza e prevenzione, cominciando dagli edifici pubblici strategici, scuole, ospedali, strutture a rischio rilevante e beni culturali. I cittadini devono essere stimolati a utilizzare il sisma bonus per rendere la propria casa sicura.»I due, pur studiosi ed esperti, hanno scoperto l’acqua calda: la mappa veneta del rischio sismico fissa indici alti in tutta l’area pedemontana oltre che a Padova, Alpago, Montello, Valdobbiadene, nella fascia che dall’Alto Trevigiano si estende al Friuli, nell’area settentrionale gardesana e nella Lessinia orientale.
Per saperlo è sufficiente leggere ciò che riferiscono cronache medioevali e libri di storia, confermato dalla storia sismologica recente, specialmente quanto alla zona tra Belluno e Treviso, interessata da fortissimi sismi nel 1695 e nel 1873.
Le stratificazioni e le conformazioni orografiche del Veneto sono notoriamente più recenti rispetto a quelle delle regioni centrali della Penisola, ed è sufficiente considerare come la Penisola stia ruotando in senso antiorario spostandosi di cinque millimetri annui verso i Balcani, in corrispondenza del medio Adriatico, mentre il Triveneto si avvicina all’Austria di due millimetri annui, situazione che, anche se da prendere con beneficio di inventario, è puntualmente riferita dalla mappa della Protezione Civile veneta.
Quello che invece non bisogna in nessun caso dimenticare sono le manovre attuate in passato da una certa politica al fine di ricomprendere alcuni comuni in classificazioni sismiche di rischio più moderato rispetto alla realtà, al fine di varare regolamenti edilizi meno vincolanti. Intendiamoci, non si tratta di un malcostume solo veneto: L’Aquila figurava nella seconda categoria, quando avrebbe dovuto essere nella prima.
E sia chiaro: è possibile prevedere i terremoti con ampio margine ed in linea di massima allorché viene valutata un’area vasta in base alla fenomenologia storica, alle caratteristiche geologiche, ai corsi delle acque sotterranee, ai movimenti strumentali ed a tutti i parametri che normalmente vengono considerati in sismologia, ma è assolutamente impossibile farlo ad horas per avere un margine sufficiente ad evacuare la popolazione.
Ogni tentativo di creare modelli previsionali è fallito: numerosi rimangono i terremoti annunciati da uno sciame sismico, mentre altri sono preceduti dall’assoluta normalità delle dinamiche di area.
Ma, se i terremoti non possono essere previsti, è però possibile strutturare modelli organizzativi efficienti per affrontarli nel modo migliore. E la statistica, in tal senso, è molto d’aiuto poiché può mettere in guardia in base alle ricorrenze.
Come stima prudenziale vale, in ogni caso, la consapevolezza del rischio e dei possibili effetti sugli edifici, ma senza inutili allarmismi e, prima di acquistare un immobile, verificarne la staticità in base allo stato di conservazione, delle tecniche costruttive e dei materiali utilizzati, ed avere cognizione del grado di rischio sismico del territorio.
Nella regione veneta sono considerate tre categorie sismiche: e il disegno sottostante illustra con chiarezza le differenze territoriali.La normativa nazionale ha ripartito il territorio in quattro categorie sismiche, a rischio elevato 1 e 2, medio nella 3 ed a basso rischio la 4 e, sotto il profilo normativo, gli edifici costruiti nelle diverse zone devono tener conto di un’accelerazione ipotetica di gravità più alta nelle Zone Uno e Due, e più bassa nelle Zone Tre e Quattro.
Più in dettaglio, poiché secondo la normativa e sulla base dei dati statistici delle diverse aree, gli edifici costruiti nell’ultimo quarto di secolo devono – salvo errori di calcolo o carenze normative come a suo tempo avvenuto per i capannoni emiliani – reggere un ipotetico sisma considerando che le strutture portanti di un immobile non dovrebbero subire interventi manutentivi nel primo cinquantennio di vita, se ne deduce che terremoti in grado di danneggiarli seriamente, ma salvaguardando l’incolumità degli occupanti, dovrebbero verificarsi una volta ogni 475 anni.
Naturalmente è sempre bene premunirsi contro quei terremoti che non sanno nulla di statistica.
Salvo casi particolari, le tecniche costruttive nostrane sono ben lontane da quelle californiane o giapponesi, che fanno sì che gli edifici resistano senza problemi a terremoti di ottavo e nono grado della scala Richter. Ed il Veneto, infine, stando al parere di esperti del settore, deve comunque recuperare un deficit di protezione, particolarmente significativo relativamente agli edifici pubblici: almeno la metà abbisogna di interventi.

Alberto Cazzoli Steiner

Non ci è bastato: torneremo alla normalità

Non entro nel merito di scenari politici, complotti o vicende degne di Cassandra Crossing (non è questa la sede), se non per affermare come la pandemia tuttora in atto sia figlia della normalità.
Sotto molteplici aspetti sono state proprio la normalità e la banalità del male fatte di trascuratezza, pigrizia, omissione della vigilanza in nome della comodità, a condurci dove siamo arrivati, a questo livello omicida per l’ambiente e per la nostra specie.
Temo inoltre che, passata la paura e ad onta delle attestazioni verbali, la maggior parte dell’umanità non intenda cambiare stile di vita, non sappia e non voglia darsi da fare per costruire un mondo migliore.Il tema di questo scritto, da me numerose volte affrontato come attesta la selezione bibliografica in calce, è il consumo del suolo: espressione tanto efficace quanto impropria poiché il suolo non si consuma, ma cambia uso attraverso i processi di trasformazione dalle funzioni agricole o naturali a quelle urbane.
Nella sola Lombardia, regione che possiede le terre più fertili in assoluto e contribuisce per il 18% al prodotto agroalimentare nazionale, dal 1999 ad oggi sono andati perduti oltre 79mila ettari con la provincia di Monza e Brianza in un’inscalfibile posizione di assoluto rilievo.
È nota la nostra posizione a favore del riutilizzo del suolo, non solo in ambito urbano e pur nella consapevolezza che ciò non sia sempre possibile neppure a favore del ripristino a verde, causa sostanze tossiche massicciamente sversate da aziende che, dopo aver operato in modo criminale, hanno chiuso per fallimento o delocalizzazione, lasciando un’insostenibile gravame ambientale e sociale.
Gli esempi non mancano, dalle Fonderie e smalterie Genovesi di Latina all’ex polo chimico di Pioltello, dalle acciaierie di Cornigliano all’Ilva di Taranto, dalle Cokerie di San Giuseppe di Cairo a Marghera, dai Cantieri dell’Adriatico di Monfalcone a quel che resta della SIR di Rovelli o della Breda a Sesto San Giovanni. E mi fermo qui perché l’elenco farebbe invidia a quello telefonico.
A legare idealmente le diverse storie c´è il miraggio dell´occupazione, pompato da politici ignoranti e corrotti, sogno che costantemente si infrange dopo che le aziende, indecenti idrovore di denari pubblici in forma di sovvenzioni ed incentivi, cessano l’attività e spariscono lasciando cassa integrazione, finché dura, insanabile devastazione del territorio e morti per tumore.
Prendiamo l’operosissima Lissone, già faro illuminante della Brianza che lavora: perduti da tempo gli scettri di comune con il maggiore consumo di cocaina e di capitale del mobile, mantiene però saldamente, con un’aliquota del 76,1%, quello della più elevata percentuale di suolo consumato, e risulta prima in Lombardia.
Sul tema del consumo del suolo si sono affollati convegni con dati, considerazioni, esortazioni e moniti ma va detto che la coscienza ecosostebibile non abita qui: nel recente passato Arca Lombardia varò il Progetto SUOLI, Superfici Urbanizzate Opportunità di Lavoro per le Imprese, tendente a favorire l’incontro fra il mondo imprenditoriale e le amministrazioni locali per sviluppare nuove opportunità di lavoro attraverso il recupero delle aree urbane dismesse e sottoutilizzate. Adesioni: zero.
Purtroppo, è un dato di fatto: l’eccesso di cemento inquina le vie respiratorie, le anime, l’autostima e i cervelli, consumando la natura al ritmo di tre metri quadri al secondo, portando la quota di territorio coperto da strade, case, industrie, parcheggi e via enumerando al 7,72%.
Vale a dire 23.263,29 km² su 301.338 di superficie nazionale e quasi il doppio rispetto alla media europea assommante al 4,3%.
Le percentuali più alte? La minuscola Liguria con il 21.09% di territorio compromesso, la Lombardia con il 18,02, la Campania con il 17,92 ed il Veneto con il 15,03.
Aggiungiamo almeno il 50 per cento delle coste irrimediabilmente perduto e il desolante quadro è completo.
A dimostrazione del fatto che la situazione non interessa a nessuno, si sente parlare in questi giorni, con ossessiva frequenza e con toni da tregenda, della crisi che attanaglierà edilizia e mercato immobiliare.
Ho letto relazioni, ascoltato opinioni, analizzato statistiche e proiezioni e, secondo me, non sarebbe il caso di parlare di crisi ma di temporanea stagnazione.
Sarà che io non dimentico il malvezzo che originò trascorse crisi: valori di perizia gonfiati del 120 ed anche del 150 per cento al fine di ricomprendervi il costo dell’immobile, del notaio e persino dei mobili, giungendo addirittura a falsificare le buste paga per avere la capienza del mutuo.
Possedere una casa fa parte della mentalità nazionale e questo dato contribuisce non poco a muovere il comparto dell’edilizia, unitamente al fatto che, akashicamente povero, l’italilandese cerca la casa nuova, che alla fine trova in quartieri dormitorio, più o meno eleganti, collegati dalla solita ragnatela di tangenziali e corredati dall’onnipresente centro commerciale.
E tutto ciò consuma suolo in modo imponente e senza ripensamenti o ritegno.
E concludo con un’annotazione personale. Sono un professionista, cerco di svolgere il mio lavoro nel migliore dei modi, attento alle istanze sociali ed all’ecosostenibilità senza prostituirmi a iniziative che contrastano con il mio senso di integrità.
E rilevo come tale modalità mi conduca sempre più fuori dal coro dei belanti. A me va bene così.

Alberto Cazzoli Steiner

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
2014.03.04 – Carletto guarda: le Apuane! Dove papà? Non le vedo
2016.09.02 – Pole position per Monza e brianza: nel consumo del suolo
2017.02.24 – Consumo del suolo: quando il riuso non è possibile
2019.10.24 – Stiamo perdendo terreno: mai così allarmanti i dati sul consumo del suolo

Scomparire: autosostenibilità, punto di arrivo

Questo articolo è dedicato, in modo leggero e rimandando eventuali approfondimenti a precise richieste, anche progettuali, alla nostra deliberata scomparsa dal contesto urbano.
La vita nelle città, ed oggi anche in quelle di medie dimensioni, diventa sempre più difficile, non tanto e non solo per le restrizioni liberticide, ma anche per la difficoltà negli spostamenti, nel mantenere un lavoro stabile, per i costi sempre più elevati dei generi di prima necessità e per le tensioni sociali in aumento.
In queste righe traccio quindi alcune linee fondamentali dedicate a chi intende cambiare vita, offrendo sin d’ora la collaborazione di Decumanus Ingegneria Sostenibile per l’individuazione di siti acquisibili a condizioni economiche vantaggiose, per le verifiche normative, per la stesura progettuale e per l’esecuzione delle opere necessarie.
L’ho scritto in innumerevoli occasioni: la Penisola pullula di borghi abbandonati e di realtà agricole dismesse, che è possibile far rivivere. Non illudiamoci: ciò costerà fatica e denaro, e l’impresa riuscirà solo se sorretta da un intento veramente saldo.
Siamo seri, non illudiamoci di essere in grado di creare mattoni in modo naturale, cuocere il pane, accudire l’orto, costruire un ponte in una settimana, un mese, un anno.
Dedichiamo invece le nostre energie ed il nostro intento al lavoro su progetti comunitari, mettendo a disposizione le nostre conoscenze ed apprendendo nuove abilità.
Uno degli obiettivi prioritari, da strutturare addirittura a livello progettuale, è quello di conseguire l’autosufficienza energetica, per essere indipendenti da forniture che possono costituire un’arma di ricatto.
Sfruttare l’acqua piovana e quella corrente, il calore del sole e quello della terra per ottenere luce e forza motrice, utilizzare materiali locali impiegandoli correttamente per ottenere materiale da costruzione, isolamenti termici piuttosto che piastre di cottura.
La differenza sostanziale rispetto ad analoghi progetti sviluppati in passato è che vivere oggi in un progetto di comunità significa che molto probabilmente il lavoro in città, con tutte le certezze che offriva, dovrà essere abbandonato, e non solo per le difficoltà di spostamento.
Nella fase di trasformazione che ci attende sarà sempre più difficile mantenere un lavoro esterno alla comunità che sia apportatore di denaro.
Ma, e qui estremizzo per arrivare subito al dunque, uno degli obiettivi di questa fase di trasformazione sarà proprio quello di riuscire fare a meno del denaro. E non è detto che il periodo di transizione debba essere lungo.
Vi saranno quindi notevolissime differenze fra una comunità, come poteva essere ipotizzata in passato, di contribuzionismo, ed una basata sull’autosostenibilità.
La prima, legata ormai al passato, era produttrice di abbondanza attraverso i proventi delle attività esterne, la seconda invece, rinchiusa su se stessa e spesso attanagliata da problemi di sopravvivenza, diventava limitante e soffocante suscitando tensioni fra i membri che, spesso, gettavano la spugna andandosene. Infatti la contribuzionista era una comunità tendenzialmente stabile mentre nell’autosostenibile il ricambio era mediamente elevato.
Tanto è vero che precisi criteri economici affermano come, per la comnità autosufficiente, sia necessario creare riserve pari a cinque volte il fabbisogno: consumando 1, cioè il fabbisogno, ed eventualmente 2 in caso di necessità, 3-4-5 vengono resi disponibili per vendita, cessione, scambio.
Non siamo abituati ad un siffatto modello di vita, ed occorreranno molto tempo e molti sforzi per arrivare a ritenerlo normale, considerando le persone, e non il denaro, al centro del nuovo modello di vita.
Senza illusioni: nemmeno in Antartide è possibile sfuggire a qualsivoglia forma di controllo governativo. Si tratta di tenere un adeguato profilo.Esaurito l’antefatto, vediamo dove scomparire. In campagna o in media montagna, è ovvio. Escludo, da questo contesto, località marine semplicemente perché non esiste un metro di costa che non sia urbanizzato, o invivibile a causa di accidenti orografici, o indisponibile per concessioni o ragioni demaniali.
L’interno della penisola abbonda di località abbandonate che potrebbero essere vantaggiosamente recuperate, nel rispetto delle norme edilizie per evitare inutili contenziosi e, a titolo puramente esemplificativo, ne indico una, dal nome evocativo: la valle dei mulini perduti.
Si trova nella splendida cornice della Val Manubiola, parte del comune di Berceto, nell’Appennino parmense, ed arrivarci, a piedi poiché non vi sono altre possibilità, costituisce un percorso magico che si snoda nei boschi di castagni alla scoperta di cinque antichi mulini dismessi ed ormai preda delle nebbie di una memoria perduta e dalla vegetazione.Aiutati da antiche mappe, risalendo da un rio all’altro, si potranno ricostruire dighe, canali, gore o bottazzi, le cisterne dalle forme particolari, ed i meccanismi di funzionamento a ruota esterna od a cucchiai interni.
A poca distanza, raggiungibile per una tortuosa strada che attraversa Ponte Manubiola risalendo, dopo alcuni tornanti, il percorso del torrente stesso ed attraversando il villaggio di Bergotto troviamo Corchia, frazione di Berceto, adagiato ad un’altitudine di 650 metri sulle pendici del Monte Groppo Maggio.
Il suo fascino è legato alla cornice naturale, costituita da monti e boschi di castagneti e dall’atmosfera medievale che ha saputo mantenersi inalterata nel tempo. Castagne e funghi rendono famoso il borgo poiché per secoli furono la base del sostentamento economico, unitamente all’attività estrattiva di rame, ferro, zinco e feldspato dalle miniere situate tra il Monte Binaghè e il torrente Manubiola, chiuse nell’anno 1943.

Alberto Cazzoli Steiner

Cantieristica e mobilità secondo il decreto del 26 aprile

Premessa, a salvaguardia della mio personale concetto di integrità: i Dpcm sono incostituzionali e la pandemia è solo una scusa per annichilire, rovinare, opprimere. Poi ciascuno la pensi come preferisce.Questo articolo descrive, nell’ambito dei provvedimenti di cui al Dpcm del 26 aprile, quelli relativi a mobilità, lavoro e cantieristica in vigore dal 4 al 17 maggio.
Restano l’obbligo delle mascherine nei luoghi chiusi e delle autocertificazioni per gli spostamenti.
Riprendono attività le produttive ed industriali, con prevalenza per i prodotti destinati all’esportazione, ed i cantieri per la difesa dal dissesto idrogeologico e per la realizzazione di carceri, case popolari, presidi sanitari, scuole.
La contezza delle aperture immediate nel comparto edilizio non è ricompresa nel Dpcm ma desunta dalla comunicazione inviata il 26 aprile dai ministri della Sanità, dello Sviluppo Economico e dei Trasporti alla titolare del dicastero dell’Interno, nella quale viene fornita l’interpretazione su quali siano le attività di interesse strategico da autorizzare immediatamente, ove in condizioni di ripartire nel rispetto delle misure anti-contagio previste dai protocolli di sicurezza.
Le attività sono quelle indicate al paragrafo precedente ed il personale impiegato nelle attività autorizzate, lavoratori e fornitori, non subirà limitazioni negli spostamenti per raggiungere il posto di lavoro o i cantieri dove consegnare le forniture.​
In Emilia-Romagna le attività hanno riaperto ieri, lunedì 27 aprile, nel rispetto dei protocolli sulla sicurezza nei luoghi di lavoro firmati da governo e parti sociali il 24 aprile previo invio di una comunicazione alle prefetture.
In ambito edilizio e cantieristico il protocollo del MIT prevede precauzioni consistenti nella misurazione della temperatura prima dell’accesso al cantiere, accesso contingentato a mense e spogliatoi, pulizia giornaliera e sanificazione periodica delle aree comuni.
Prevista l’osservanza dei modelli di istanza ANCE, uno per la cantieristica privata ed uno per quella pubblica, contenenti le principali tematiche sulle quali le imprese potranno aprire un confronto con le committenze, finalizzato al conseguimento del equilibrio dei rapporti contrattuali in essere.
Prevista l’osservanza del documento ANCE con l’elenco dei costi della sicurezza, che devono essere riportati, dai coordinatori in fase di esecuzione, nelle integrazioni dei piani di sicurezza e coordinamento.
Previsto il rispetto dell’elenco INAIL dei dispositivi di protezione individuale (occhi, vie respiratorie, corpo, mani, arti inferiori) autorizzati con l’attuale procedura di validazione in deroga.
A partire dal 4 maggio riaprono i cantieri con il codice 08, estrazione da cave e miniere, quelli edili privati rispondenti al Codice Ateco 41, costruzione di edifici, e 43, lavori di costruzione specializzati, oltre alle attività professionali codice 71, attività degli studi di architettura ed ingegneria, compresi collaudi ed analisi tecniche.
Rammento le attività già oggi consentite nel rispetto dei protocolli di sicurezza del 24 aprile: codici Ateco 42, Ingegneria Civile, esclusi 42.99.09 e 42.99.01 sospesi fino al 3 maggio, ma compresi 42.22, realizzazione di opere di pubblica utilità per l’energia elettrica e le telecomunicazioni, 42.91, costruzione di opere idrauliche, 43.2, installazione di impianti elettrici e idraulici, e 81.3, Cura e manutenzione del paesaggio.
Gli spostamenti sono permessi in ambito regionale ed extra-regionale per motivi di lavoro, con obbligo della mascherina chirurgica sui mezzi di trasporto pubblico.
Gli spostamenti dovranno avvenire con autocertificazione, il cui nuovo, ennesimo, modello sarà, presumibilmente, disponibile “alcuni giorni precedenti il 4 maggio 2020”.
Relativamente a smart working, ferie e congedi ai datori di lavoro privati permane la facoltà di applicare lo smart working ad ogni rapporto subordinato anche in assenza di accordi individuali.
Il decreto raccomanda, nel privato e nel pubblico, di promuovere la fruizione di periodi di congedo ordinario e ferie e, relativamente alle attività professionali, il ricorso allo smart working ove possibile assumendo protocolli di sicurezza anti-contagio.

Alberto Cazzoli Steiner

Decumanus: il futuro è nelle piccole comunità

Ogni tanto fa bene arrampicarsi sulla sommità di un colle, e volgere lo sguardo al cammino compiuto.
Ma, bevuto un sorso d’acqua e controllati lacci degli scarponcini e spallacci dello zaino, ancora più utile è riprendere il sentiero.
Abbiamo iniziato, con un intento giocoso e senza troppa convinzione, nella primavera del 2013 a scrivere di progettazione sostenibile, energie rinnovabili e consumo del suolo privilegiando il ruolo delle piccole comunità ed oggi inauguriamo il sito Decumanus, che aggiungendosi a CondiVivere si occuperà precipuamente di soluzioni tecniche, progettazione, bioedilizia, energie a basso impatto e antisismica.
Abbiamo deciso di affidare al ricordo ed alla gratitudine il primo articolo del nuovo sito, optando per Quando l’acqua non muore: la scelta di Rochefort, pubblicato il 30 ottobre 2013 sul nostro primo blog, cesec-condivivere.myblog.it, da alcuni anni attivo solo come archivio.
Un articolo che ci è particolarmente caro, attualissimo e che in questi anni ha accompagnato le nostre scelte progettuali in materia di contenimento energetico all’insegna del basso profilo. Vi abbiamo oltretutto rinvenuto ottimi spunti in relazione all’attuale difficile momento.
Buona lettura.«Nelle piccole Comunità le idee nascono per essere applicate. E noi pensiamo che il futuro risieda nelle piccole Comunità autonome ed autosufficienti, pur se fra loro interconnesse.
L’acqua, ormai definita oroblu, costituirà sempre più un bene primario e dovrà essere messa al riparo dalle mani adunche della speculazione internazionale, in special modo se camuffata con il vestitino etico. Non con bombe, barricate o manifestazioni di piazza destinate ad essere strumentalizzate, bensì con l’unica arma veramente rivoluzionaria: il notaio.
Si, proprio quel professionista che serve a stilare gli atti necessari a costituire associazioni, consorzi, società. Per entrare legalmente nel sistema attuando interventi di finanza etica attraverso società, niente affatto marginali, di proprietà dei diretti utilizzatori dell’acqua. Vale a dire i cittadini di comuni, comprensori, aree territoriali più o meno estese.Cesec-CondiVivere 2013.10.20 Rochefort 002E che l’acqua non rappresenti solo un costo ma un utile potenziale persino nei suoi utilizzi apparentemente marginali, lo dimostra un’iniziativa partita sperimentalmente due anni fa nella città francese di Rochefort e che oggi conferma la validità della scelta di trasformare il costo di un depuratore delle acque reflue in risorsa per la collettività.
Ricordate quando i nostri nonni ci insegnavano che buttare è sbagliato? Bene, nella città francese affacciata sull’Atlantico hanno pensato bene di non buttare nemmeno… la cacca, Evitando di fingere che la recessione non esista ed aguzzando l’ingegno poiché i soldi erano pochi, quell’amministrazione comunale ha pensato a come mutare le difficoltà in opportunità trasformando i costi di un depuratore in introiti per la collettività. Va detto che il costo di depurazione delle acque reflue, generalmente piuttosto alto, è quantificabile in circa 60 euro annui pro-capite.A Rochefort, presso il fiume Charente, hanno quindi realizzato un impianto che depura le acque con la tecnica detta del lagunaggio: prima di raggiungere il fiume i liquami passano attraverso un sistema di bacini dove vengono ripuliti utilizzando luce solare e degradazione batterica; infine vengono fatti fermentare per produrre gas. Da ultimo acque e fanghi vengono separati.
Questo sistema ha ridotto dell’85% i consumi energetici rispetto ai depuratori tradizionali; i silos per la fermentazione dei fanghi posti a valle del sistema producono gas per autotrazione, venduto tramite distributori allestiti presso l’impianto medesimo generando in tal modo introiti per la collettività.Cesec-CondiVivere 2013.10.20 Rochefort 001Esaurita la notizia veniamo ora alla nostra realtà e, per un attimo, immaginiamo che esista una legge che consente l’utilizzo di detersivi, saponi e shampoo solo se biodegradabili al 100%. In questo modo anche i residui solidi potrebbero essere utilizzati senza nessun problema.
Non è impossibile, perché già oggi sono disponibili prodotti per l’igiene biodegradabili completamente e il loro costo, leggermente più elevato in ragione della relativamente modesta diffusione, diminuirebbe sensibilmente in ragione di un utilizzo massiccio, e verrebbe inoltre compensato ampiamente dai vantaggi economici derivanti dal binomio risparmio energetico + introito di un sistema come quello in uso nella cittadina francese.
Aggiungiamo che a Rochefort l’acqua è un bene comune e tale è rimasto, in barba ai furbetti, alle società multiutility colluse con le multinazionali speculative ed ai trasformisti capaci di dire contemporaneamente no ma anche sì.
E’ la dimostrazione che ha senso privatizzare il servizio idrico, facendo però in modo che tale privatizzazione sia pubblica, vale a dire che i soci della società proprietaria dell’acqua a livello di distribuzione locale siano i diretti fruitori. Non è affatto una contraddizione se tale atto, compiuto secondo le regole e le possibilità offerte dalla legge, costituisce una forma di autodetrrminazione ben più rivoluzionaria ed efficace di rivolte o blocchi stradali: rompe il sistema usando le regole stesse del sistema.
Acquistare l’acqua per salvare l’acqua non diventa più solo uno slogan, ma la dimostrazione che è possibile. I nostri Comuni devono solo modificare il proprio statuto inserendo una volta per tutte l’acqua come bene primario della comunità, appoggiando e sostenendo le iniziative tese a preservarla da speculazioni. Contribuendo così a cancellare quel capitolo dolente che, nel nostro non-paese, viene mal-inteso come sviluppo, parola usata ed abusata spesso in abbinamento a pil.»

Alberto Cazzoli Steiner